Credevamo di avere fatto pace con l’orso, invece la morte del giovane Andrea Papi ha spezzato il sogno. Le parole di sua madre, Franca Ghirardini, non possono essere ignorate. «Se è successa questa tragedia, evidentemente forse non è stato fatto tutto quello che poteva essere fatto».
Anche se conta davvero poco, prima di proseguire vorrei informare i lettori che seguo le vicende degli orsi trentini da tanto tempo. Nella seconda metà degli anni Ottanta girovagai a lungo per la Val di Tovel con la speranza di imbattermi in qualche traccia. Allora si raccontava che lì vivessero gli ultimi due o tre esemplari della popolazione autoctona. Poi nel 1996 fu deciso di reintrodurre gli orsi nelle Alpi centrali e il Trentino fu individuato come l’area ideale. Con il progetto Life Ursus, finanziato dall’Unione europea, la Provincia di Trento, il Parco Adamello-Brenta e l’Istituto nazionale della fauna selvatica cominciarono a lavorare col proposito di ricostituire in qualche decennio una popolazione di alcune decine di esemplari. Ricordo l’emozione provata nel 1999 di fronte al rilascio dei primi due orsi provenienti dalla Slovenia, Masun e Kirka, e le speranze riposte nella buona riuscita di tutta l’operazione dopo il 2004, anno in cui si è formalmente chiuso il ripopolamento.
In quasi 25 anni dal nucleo originario di dieci orsi rilasciati si è formata una comunità numerosa, segno che le previsioni sull’idoneità dell’area prescelta erano fondate. Il ritorno del plantigrado ha suscitato in molti di noi entusiasmi sinceri, tuttavia dalle pagine de La Rivista della NATURA non si è mai smesso di prestare attenzione ai timori e alle inquietudini delle genti che devono convivere quotidianamente con la sua presenza. Si è continuato a ricordare senza indugi che gli orsi fanno gli orsi e che l’educazione alla coesistenza con i grandi predatori va coltivata con pazienza, diffusa con competenza e soprattutto condivisa. Non siamo nel mondo fantastico di Yoghi e Bubu, ma nella vita reale. A chiunque va garantito il diritto di svolgere la propria esistenza senza sentirsi minacciato. A ogni specie vivente va assicurata la possibilità di occupare il proprio spazio nell’ecosistema.
Si sono lette e ascoltate tante corbellerie in questi ultimi giorni. D’altronde la cattiva informazione in casi simili offre il peggio di sé. Viene meno il rispetto per chi non c’è più e per il dolore di chi gli è stato vicino. Prevale il tremendo vizio di catalogare e incasellare tutto e tutti e la vittima diventa brutalmente il “runner trentino”, riducendo la vita di Andrea Papi alla pur sana passione di correre.
All’improvviso ci siamo sentiti circondati da esperti di fauna selvatica e di conservazione. È un rito inammissibile a cui purtroppo siamo costretti ad assistere di frequente. Ancora una volta è scattata una distorsione cognitiva che fa credere a molti di essere competenti anche quando improvvisano e parlano di questioni che hanno totalmente ignorato fino a un attimo prima. Il bisogno compulsivo di commentare non si arresta di fronte a nulla. Al contrario gli studiosi si mettono in discussione e spesso tacciono perché sono consapevoli di quanto le cose possano essere complicate.
Se la questione viene affrontata cercando la contrapposizione tra chi vuole sparare a vista e chi nega che ci siano dei problemi, ne usciremo tutti sconfitti. Il raggruppamento di una ottantina di associazioni ha chiesto di non prendere decisioni sull’onda emotiva di una dolorosa tragedia. Ci sono esempi positivi a cui guardare, all’estero e anche in Italia, come quello ricordato da alcuni del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Certo, ogni caso è a sé e i fattori in gioco cambiano: le caratteristiche degli animali, la densità abitativa, le abitudini locali e via discorrendo. Ad ogni modo esistono soluzioni esportabili, quali campagne informative per residenti e turisti, limitazioni dell’accesso nelle aree dov’è maggiore la probabilità di incontrare gli orsi, corridoi faunistici per favorirne la dispersione su un territorio più ampio, radiocollari e un costante monitoraggio.
Ora più che mai sarebbe necessario coinvolgere i maggiori esperti, quelli veri, che in questo caso di solito stanno nei boschi e non davanti alle telecamere dei talk-show, e continuare a studiare, fare ricerche e confrontarsi con altre realtà, pur sapendo che non si devono fare paragoni semplicistici fra territori differenti. Poi ciascuno di noi dovrebbe fare un passo indietro. Il più delle volte è il solo modo per farne uno avanti in direzione di una pacifica convivenza.
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