Il più grande produttore mondiale di olio da cucina usato (Used Cooking Oil, UCO) è la Cina. Oggi, il Paese asiatico esporta più della metà degli UCO che raccoglie, utilizzati principalmente per essere trasformati in biocombustibili per auto e camion europei e statunitensi, che li necessitano per raggiungere gli obblighi di immissione in consumo previsti dagli obiettivi di carburanti sostenibili.
L’Europa consuma 130.000 barili di olio da cucina usato al giorno, 8 volte più di quanto raccoglie. Dopo l’approvazione dell’Inflation Reduction Act di Biden, anche gli Stati Uniti ora ne consumano 40.000 barili al giorno. Per colmare il divario tra raccolta domestica e domanda, entrambi i blocchi stanno importando sempre più UCO dalla Cina, oltre che dall’Indonesia e dalla Malesia.
A causa della vertiginosa impennata della domanda di Europa e Stati Uniti per questa materia prima, presto la Cina esaurirà le scorte di oli esausti.
È quanto emerge dallo studio“UCO (Unknown Cooking Oil): High hopes on limited and suspicious materials” di Transport & Environment (T&E), l’organizzazione ambientalista indipendente europea che ha commissionato una ricerca a Stratas Advisors.
Sulla base di questi risultati, T&E chiede di limitare le importazioni non sostenibili e di dubbia provenienza di questi oli esausti.
«L’UE è ben lontana dall’essere autosufficiente nella raccolta di oli esausti per servire il fabbisogno energetico dei trasporti. Anche in Italia, i biofuels da UCO vengono presentati come una strategia per perseguire l’indipendenza energetica, ma la realtà è tutt’altra: dipendiamo e dipenderemo ampiamente dalle importazioni» commenta Carlo Tritto, Policy Officer per T&E Italia.
Attenzione alle frodi
La Cina utilizza ed esporta più UCO di quanto raccoglie. Lo studio mostra ulteriori prove di possibili frodi. Un enorme mercato illegale interno per l’olio di scarto suggerisce che ci sia un significativo consumo di UCO nel Paese. Ciò fa pensare che il Dragone, tra esportazioni e consumi interni, utilizzi molto più UCO di quanto ne raccoglie, sollevando forti sospetti che olio vegetale vergine possa essere etichettato come olio di scarto.
Anche la Malesia, tra i più importanti produttori di olio di palma, esporta tre volte più olio da cucina usato di quanto non riesca a raccoglierne internamente, rilevano i dati di Stratas. La maggior parte di queste materie passa attraverso i Paesi Bassi o va nel Regno Unito, il Paese con il più alto obiettivo di carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF).
Carlo Tritto aggiunge: «Il fatto che la Malesia – uno dei maggiori produttori mondiali di olio di palma – esporti molti più UCO di quanti ne raccoglie dimostra che il rischio di frodi lungo le catene di approvvigionamento è più che elevato. La discrepanza tra i numeri di raccolta ed esportazione ci suggerisce che di fatto gli UCO potrebbero essere solo una copertura per l’olio di palma che, se impiegato per la produzione di biocarburanti, può avere un impatto climatico fino a tre volte superiore rispetto al carburante fossile che teoricamente dovrebbe sostituire».
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