Non è soltanto l’ape ligustica, sottospecie autoctona di grande importanza per l’apicoltura, a volare per i fiori dell’Emilia-Romagna, insieme a lei ci sono alcune tracce di ape carnica, di ape africana e di ape nera europea. A rivelarlo è la prima indagine sulla diversità genetica delle popolazioni di ape da miele presenti sul territorio emiliano-romagnolo e i risultati possono aiutaci a salvaguardare la sottospecie ligustica da fenomeni di erosione genetica.
Il progetto BEE-RER
Lo studio “Distribution of honey bee mitochondrial DNA haplotypes in an Italian region where a legislative act is protecting the Apis mellifera ligustica subspecies” fa parte del progetto BEE-RER, ed è stato realizzato dall’Animal and Food Genomics Group, gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna coordinato dal professor Luca Fontanesi e attivo nel settore della genomica applicata all’apicoltura e alle specie di interesse zootecnico.
I risultati, pubblicati su Scientific Reports, mettono in evidenza che la più diffusa è l’ape ligustica, la tipica ape italiana, ma oltre a lei c’è una percentuale di altre specie di ape.
«Grazie a un’attività di campionamento che ha riguardato più di 1200 colonie, con la collaborazione di tutte le associazioni apistiche della regione, siamo riusciti a realizzare il più ampio studio di questo tipo in Italia e probabilmente quello con la più alta densità di campionamento a livello mondiale. I risultati mostrano una prevalenza del DNA mitocondriale caratteristico dell’ape ligustica, sottospecie autoctona di grande importanza per l’apicoltura, ma è importante prestare attenzione alla diffusione di altri tipi di DNA mitocondriale derivanti da sottospecie non native del territorio italiano. La loro presenza è un indicatore del fatto che altre sottospecie o linee genetiche non autoctone sono state introdotte in regione e che sono possibili fenomeni di ibridazione con eventuale perdita dell’integrità genetica dell’ape ligustica» chiarisce Luca Fontanesi, professore al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna che ha coordinato l’indagine.
Le caratteristiche dell’ape ligustica
L’ape ligustica (Apis mellifera ligustica), nota anche come ape italiana, ha molteplici caratteristiche che la rendono apprezzata da tutti: è estremamente docile, ha un’elevata produttività, è resistente alle malattie e ha grande adattabilità a climi differenti.
Proprio per assicurarne la conservazione, l’Emilia-Romagna nel 2019 ha introdotto una legge regionale che prevede tra l’altro il divieto di impiegare sottospecie diverse da ligustica, oltre alla creazione di aree di conservazione attorno agli apiari destinati all’allevamento, riproduzione e fecondazione del materiale apistico selezionato.
Per monitorare gli esiti di questa iniziativa, gli studiosi hanno conseguito una vasta analisi del DNA mitocondriale delle popolazioni di api presenti in Emilia-Romagna riuscendo così a costruire una mappa della distribuzione degli aplotipi mitocondriali di ape sul territorio regionale.
Il più frequente (86,6%) è risultato l’aplotipo C1, caratteristico della sottospecie ligustica, ma l’indagine mostra anche la presenza di aplotipi caratteristici di altre sottospecie non autoctone o ibridi introdotti nella regione. In particolare, è comparsa una frequenza relativamente alta (11%) dell’aplotipo C2, caratteristico dell’ape carnica (Apis mellifera carnica), sottospecie diffusa tra Slovenia, Austria e area balcanica. Per di più, sono stati identificati aplotipi della linea A (1,3%), tipico dell’ape africana (Apis mellifera adansonii) e di altre sottospecie dell’areale Mediterraneo, tra cui due nuovi aplotipi fino ad oggi sconosciuti, e della linea M (1,1%), tipico dell’ape nera europea (Apis mellifera mellifera).
«La diffusione relativamente alta degli aplotipi dell’ape carnica, fino ad oggi documentata in Italia solo nelle zone di confine con Austria e Slovenia, suggerisce che questa sottospecie sia stata introdotta in modo estensivo in Emilia-Romagna, forse a causa della sua forte adattabilità alle aree montuose come quelle dell’Appennino. È importante vigilare su questo fenomeno, così come sulla possibile introduzione degli aplotipi di origine africana, per salvaguardare la sottospecie ligustica da fenomeni di erosione genetica: è un impegno che richiede una forte attenzione da parte del settore apistico coadiuvato dal settore pubblico» evidenzia Fontanesi.
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