Alcune lastre di arenaria a grana finissima, rinvenute nel sito paleontologico nel Parco delle Orobie valtellinesi, hanno conservato dettagli inimmaginabili. Il sito è rimasto nascosto fra le vette alpine per 280 milioni di anni, ma ora la riduzione della copertura nivo-glaciale lo sta riportando alla luce, rivelando incredibili tracce di vita e di natura preistorica: impronte di dita sottilissime, scie di lunghe code flessuose, increspature di onde sulle rive di antichi laghi e addirittura gocce di pioggia cadute sul fango prima che diventasse pietra incastonata nelle pareti delle Alpi Orobie Valtellinesi.
Nell’immagine di apertura, una ricostruzione di una probabile scena avvenuta 280 milioni di anni fa lungo la riva di un lago temporaneo. In primo piano (al centro e al destra) camminano due grandi seymouriamorfi, mentre in acqua (a sinistra) un anfibio lascia tracce di seminuoto; in secondo piano si muovono tre piccoli rettili. Dalla piana fangosa emergono conifere primitive simili alle araucarie (in fondo a destra) ed equiseti piccoli e grandi (al centro e a sinistra). All’orizzonte sorgono montagne ben più antiche delle Alpi e un vulcano. © Disegno di Fabio Manucci
I primi reperti sono stati mostrati al Museo di Storia Naturale di Milano, che promuove queste scoperte offrendo uno spazio espositivo in una sala che, nei progetti già esistenti, sarà dedicata ai siti paleontologici lombardi.

Il cosiddetto “masso 0”, chiamato così perché è stato il primo fossile scoperto: è una porzione di una riva di lago fossile che conserva dettagli finissimi delle increspature prodotte da onde, su cui ha camminato un piccolo rettile che ha lasciato le orme delle zampe e della coda (Dromopus). Foto di Elio Della Ferrera, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.
La storia dei ritrovamenti
Claudia Steffensen, una escursionista di Lovero (SO), si è imbattuta nella prima traccia fossile mentre percorreva un sentiero della Val d’Ambria, nel comune di Piateda (SO), a 1700 metri di quota.
L’escursionista ha raccontato quanto aveva visto all’amico Elio Della Ferrera, fotografo naturalista residente a Chiuro (SO), che scatta alcune foto e le invia a Cristiano Dal Sasso, paleontologo del Museo di Storia Naturale di Milano.
Del Sasso contatta due colleghi specialisti in sedimentologia e icnologia: Ausonio Ronchi (Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente, Università di Pavia) e Lorenzo Marchetti (Museum für Naturkunde – Leibniz Institute for Research on Evolution and Biodiversity, Berlino).
Della scoperta vengono subito informati il Parco delle Orobie Valtellinesi, nel cui territorio ricade l’area dei ritrovamenti, e la competente Soprintendenza.

Particolare delle stratificazioni fossilifere. Durante l’orogenesi alpina (ovvero la formazione delle nostre montagne) questi antichi fondali lacustri sono stati innalzati e ruotati, diventando pareti quasi verticali. Foto di Elio Della Ferrera
Tracce di tetrapodi e di invertebrati
A partire dall’estate del 2023, i ricercatori hanno fotografato e mappato centinaia di tracce fossili, che affiorano sulle pareti verticali del Pizzo del Diavolo di Tenda, del Pizzo dell’Omo e del Pizzo Rondenino, nonché negli accumuli di frana sottostanti.
Su massi stratificati grandi anche qualche metro appaiono orme di tetrapodi (rettili e anfibi) e invertebrati (insetti, artropodi), spesso ancora allineate a formare “piste”, ovvero camminate che avvennero nel Permiano, l’ultimo periodo dell’Era Paleozoica.
«A quell’epoca i dinosauri non esistevano ancora, ma gli autori delle orme più grandi qui ritrovate dovevano avere dimensioni comunque ragguardevoli: fino a 2-3 metri di lunghezza» afferma Cristiano Dal Sasso.

Dita lunghe, flessibili e sottili come quelle che hanno impresso queste orme sono riferibili a piccoli rettili di aspetto simile alle lucertole (Erpetopus). Foto di Lorenzo Marchetti, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.
L’analisi paleoambientale
Oltre a tracce animali, in Val d’Ambria sono presenti – anche se più rari – fossili vegetali (fronde, frammenti di fusti e semi),, che stanno fornendo ai ricercatori molti elementi per una dettagliata ricostruzione paleoambientale e paleoclimatica. Di questo, tramite esami sedimentologici e stratigrafici, si occuperà il Dipartimento di scienze della terra e dell’ambiente dell’Università di Pavia, che ha già avviato due tesi di laurea affidate a Marco Cattaneo e Stefano Bonizzoni.
Per il Direttore del Parco Orobie Valtellinesi, Massimo Merati: «Il territorio orobico si sta dimostrando un grande laboratorio a cielo aperto. Ma i ricercatori hanno bisogno di droni e altra strumentazione appropriata per mappare i fossili sulle pareti verticali e per recuperare i reperti che rischiano di essere sepolti dalle frane ci vorrà ancora l’elicottero. Trasportare a valle anche i massi situati a quote più alte è altrimenti impossibile».

21 ottobre 2024. L’imballaggio dei reperti con fogli di materiale spugnoso protettivo. Foto di Elio Della Ferrera, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.
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