In attesa di conoscere i dati che emergeranno dall’edizione 2024 del Rapporto sul Consumo di suolo curata dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), che sarà presentata il prossimo 3 dicembre nella sede Ispra di Roma, vale la pena ricordare la fotografia scattata nel 2023.
Il processo non si è arrestato, anzi il consumo del suolo lo scorso anno ha raggiunto la velocità di 2,4 metri quadrati al secondo, avanzando in soli dodici mesi di altri 77 kmq, oltre il 10 per cento in più rispetto al 2021. La Lombardia ha registrato il più alto tasso di cementificazione del Paese: +12,16 per cento in un anno.
Sono dati noti, a cui non facciamo quasi più caso, e per di più in netto contrasto con un certo racconto che vorrebbe farci credere l’esatto contrario. A favorire una percezione distorta concorre l’attenzione riservata a fenomeni che al momento non vanno oltre la coloritura di costume tutta nostrana.
Pensiamo per esempio al cosiddetto “devamping”. Consiste nell’atto di rimuovere la crosta dura e impermeabile di parcheggi, strade e cortili per ripristinare il suolo naturale, da ricoprire poi con erba e specie arboree, meglio se autoctone. La depavimentazione urbana potrebbe essere un antidoto contro gli effetti della crisi climatica, utile a rinfrescare le città, favorire l’assorbimento dell’acqua piovana in caso di forti piogge e incrementare la biodiversità, oltre che migliorare la qualità dell’aria e l’estetica del contesto.
Pare che in alcune città del mondo stiano facendo sul serio. Nell’Oregon, per esempio, dove è partito il fenomeno, ma anche in Canada, nella Corea del Sud e in Belgio. In Italia è partita qualche timida iniziativa a Roma, Genova, Padova e Milano.
Nel capoluogo lombardo sono stati individuati 249.000 metri quadrati su cui poter intervenire, pochi, certo, ma finora solo 27.000 metri quadrati sono stati depavimentati. Insomma pare proprio che il consumo di suolo corra più velocemente del devamping, salvo essere smentiti dai dati in arrivo.
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