«Una moratoria all’uso (ipocrita) del termine sostenibilità» è quel che propone il giornalista Ferruccio De Bortoli nel suo editoriale del 6 febbraio sul Corriere della Sera. Toh, si è accorto anche lui che «sono tutti amanti dell’ambiente» e che dilaga «un uso indiscriminato della parola sostenibilità nei bilanci sociali di tante aziende o nelle Dichiarazioni non finanziarie (Dnf) di quelle quotate».
Ad ogni modo, come non dargli ragione. Non passa giorno, da anni però, senza che ci passi sotto il naso almeno un comunicato stampa zeppo di espressioni come economia circolare, neutralità carbonica, transizione energetica. È il marketing, bellezza, e la sostenibilità è il magma mellifluo attorno cui si sta creando un gigantesco e florido mercato. Le conseguenze, certo, rischiano di essere nefaste, perché alla fine vale la solita semplice regola: se tutto è sostenibile, nulla è più sostenibile.
Rimane il fatto che se alcuni settori dell’economia si stanno riconvertendo verso produzioni più pulite è merito anche di chi da sempre ha a cuore i temi della natura e dell’ambiente e per decenni, nel silenzio dei grandi giornali, ha tenacemente promosso un modo diverso di fare business, nel rispetto sia di un’economia solidale, sia di un rinnovato senso del limite da contrapporre al consumo forzato delle risorse.
Forse a De Bortoli conviene risalire ai piani alti, i piedi per terra gli riservano amare sorprese.
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