La stagione 2024 è stata un anno nero per il miele italiano, con le mancate produzioni dei principali mieli (acacia, agrumi e sulla), e ha fatto registrare un’ulteriore flessione rispetto al 2023. Se l’apicoltura nazionale può affrontare una-due-tre stagioni negative, un andamento perdurante e pluriennale di crisi produttiva mette a rischio l’apicoltura professionale. E il danno non è solo economico, perché la funzione ecosistemica degli impollinatori dipende anche dalla vitalità delle imprese apistiche.
Per comprendere meglio i contorni di questa situazione di crisi, ne abbiamo parlato con il Presidente di CONAPI – Consorzio Nazionale Apicoltori – Giorgio Baracani.
Giorgio Baracani – Il mondo delle api è in grossa crisi produttiva: in poco più di 10 anni abbiamo perso oltre il 50% della capacità produttiva delle api e le motivazioni sono la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici e un sistema agricolo eccessivamente “aggressivo” nei confronti della diversità stessa, quindi anche degli insetti impollinatori che sono poi la chiave della produzione, quindi il sistema sta andando verso una crisi importante.
rivistanatura.com – Questa crisi di sistema è solo a livello italiano o mondiale?
G.B. – La crisi è a livello mondiale. Tutti i Paesi grandi produttori di miele sono in affanno. Si registra un leggero vantaggio per i Paesi più freddi, quelli più a Nord che sono sempre stati meno vocati all’apicoltura e proprio il cambiamento climatico ha fatto sì che lì ci possano essere delle stagioni produttive più lunghe.
rivistanatura.com – C’è una compensazione quindi a livello mondiale o non è sufficiente, oltre al fatto che l’Italia sta perdendo quote produttive?
G.B. – No, la compensazione è solo parziale e relativa, di fatto non c’è compensazione vera e propria rispetto al fabbisogno di miele a livello mondiale.
rivistanatura.com – Ci può dare le cifre di questo calo.
G.B. – In un decennio, da produzioni medie che vanno dai 35 ai 40 kg ad alveare siamo passati a produzioni medie costantemente inferiori o vicine a 20 kg. La perdita è mediamente del 50%. Se ci focalizziamo su cosa è successo nel 2024: un inverno caldo – non eccessivamente, abbasta equilibrato dal punto di vista delle api, mentre dal punto di vista climatico non è stato proprio così –; un inizio primavera estremamente calda; un ritorno di freddo e di maltempo proprio in coincidenza con le principali fioriture. Questa combinazione ha portato a una perdita di produzione che stimiamo al momento intorno al 60-70% nelle zone migliori, ma che supera l’80% nelle zone più colpite per arrivare fino alla perdita quasi totale di produzione.
rivistanatura.com – Quanto incide nella vita delle api questo cambiamento delle stagioni? C’è stato un adeguamento?
G.B. – L’ape è un insetto abbastanza “elastico”, vediamo che vivono api all’equatore e vivono api in zone molto a Nord. Per esempio, sto seguendo un gruppo di apicoltori islandesi. In un dato territorio, dal punto di vista della cronologia dello sviluppo l’ape è abbastanza in sintonia con quello che avviene nell’ambiente stesso. Inverni molto caldi fanno sì che le api si mantengano più attive – parlo dell’Italia settentrionale, quindi di una zona con clima continentale – dove le api dovrebbero essere sostanzialmente ferme d’inverno. Questo comporta un maggior lavoro per l’apicoltore e un maggior consumo delle scorte che hanno accumulato nella stagione precedente. Spesso c’è la necessità di integrare le scorte.
E poi c’è uno sfasamento della fioritura delle piante. C’era un calendario ormai consolidato delle fioriture – le drupacee, l’albicocco, il pesco; poi le pomacee, il pero e il melo; e dopo due settimane dalle pomacee, l’acacia (parlo della situazione del Nord Italia). Oggi non è più così. Lo scorso anno c’erano i meli fioriti e le acacie che stavano fiorendo. Quindi c’è stato uno sconvolgimento del calendario delle fioriture e questo mette in crisi l’impollinatore. Non c’è questo sincronismo tra lo sviluppo delle api e lo sviluppo delle fioriture.
rivistanatura.com – Come influiscono sulle fioriture le eccessive precipitazioni primaverili che si stanno verificando negli ultimi anni?
G.B. – Ogni pianta ha una reazione diversa alle condizioni climatiche. L’acacia, che per noi è la prima fioritura importante, è estremamente delicata e quindi una pioggia su un fiore di acacia in piena fioritura comporta che al primo sole questo brucia e cade. Quindi oltre a impedire all’ape la propria attività di raccolta nel periodo della fioritura, c’è proprio una cascola precoce dei fiori, quindi una minore disponibilità di nettare.
(continua…)
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com





