Il mio lavoro di consulente e naturalista libero professionista mi ha portato sempre di più, negli ultimi anni, a svolgere un ruolo assimilabile a quello del venditore “piazzista”. Però non del Folletto o di pentole, ma di Natura. Nel senso che mi trovo sovente a frequentare contesti ecologicamente poveri, come le aree di pertinenza di centri commerciali, capannoni di logistica o fabbriche, in cui cerco di proporre azioni di ricostruzione ecosistemica e in genere di supporto alla spesso povera biodiversità locale (per esempio, con l’installazione di cassette nido e altri materiali eco-friendly).
Certo, preferirei tornare a fare censimenti di falchi o di camosci o, magari, gestire qualche bella area protetta di natura selvaggia.
Però mi sono reso conto che questo lavoro di sensibilizzazione naturalistica interstiziale, quasi porta a porta, è strategico di questi tempi di analfabetismo di ritorno in tanti settori, compreso quello della protezione della natura.
Obiettivi mancati
Non siamo riusciti a realizzare gli obiettivi che ci eravamo dati negli anni ottanta-duemila, ovvero fare in modo che le tematiche ecologiche venissero riconosciute come prioritarie dalla società e dalla politica italiana.
Per cui ci tocca ricominciare, con umiltà e santa pazienza unite a incrollabile determinazione e preventiva ironia, a seminare. Ovunque, comprese le situazioni che sembrerebbero più difficili e aride.
Non sappiamo da quale terreno germoglierà il seme.
Questa settimana per esempio, visitando tre centri commerciali, ho “portato a casa” l’impegno a piantare parecchie decine di nuovi alberi, realizzare uno stagno, un boschetto, prati fioriti per impollinatori e un grande tetto verde.
Il che non è poco, dai!
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