Vi è un luogo magico sulle Alpi, tra la Lombardia e il Trentino, che ancora preserva il ghiacciaio più grande d’Italia e una serie di creste e montagne da cui si dipanano valli che abbondano di boschi, laghi, praterie e grande biodiversità. È il Parco Regionale lombardo dell’Adamello, 510 kmq di natura protetta dal 1983 con vette che superano i 3000 m., tra cui la cima Adamello, il Pizzo Badile Camuno e il Cornone di Blumone, tre icone alpine che racchiudono un circondario di tanta natura, storia e cultura.
Il Parco si trova al centro della catena alpina, nelle Alpi Retiche, e comprende tutto il versante lombardo del gruppo dell’Adamello, dal Passo del Tonale a quello di Crocedomini, nella porzione nord-orientale della provincia di Brescia. L’importanza del Parco dell’Adamello è accresciuta dalla sua posizione, perché esso funge da ponte tra i due parchi che gli sono limitrofi: al suo limite orientale si trova il Parco trentino Adamello-Brenta, al limite settentrionale il Parco dello Stelvio, a sua volta limitrofo del Parco Nazionale svizzero dell’Engadina. Quindi esso costituisce un tassello fondamentale di quella che nel suo insieme è l’area protetta più estesa di tutte le Alpi.
Biodiversità a rischio
Un’area con una ricchezza floro-faunista eccezionale; solo la flora è stimata attorno alle 1400 specie, tra cui oltre 30 endemismi, come ad esempio la Primula daonensis, diffusa nel Parco nei pascoli sassosi silicei, il cui areale coincide con i Gruppi dell’Ortles-Cevedale, delle Orobie e dell’Adamello.
Ebbene, tutta questa biodiversità è oggi in gran parte a rischio, per soddisfare i soliti interessi di pochi e grazie a una politica ottusa che continua, in questi tempi di analfabetismo ecologico di ritorno, a negare il valore della Natura come bene comune.
Complice il momento politico favorevole – tanto in Regione Lombardia quanto, soprattutto, al governo – la Lega della Valle Camonica (Brescia), con la regia dell’ex assessore al Bilancio di Palazzo Lombardia, Davide Caparini (oggi consigliere al Pirellone), ha proposto, infatti, di elevare la quota da cui far partire il confine del Parco dai 1.600 metri di altitudine in su. Il che si traduce in un dato che fa impressione: degli attuali 51mila ettari di estensione, circa la metà (25mila) verrebbero tagliati.
La scusa delle attività economiche
La scusa è la solita: le attività economiche della valle sarebbero ostacolate dai vincoli dettati dal Parco. E allora invece di rilanciare un piano socio-economico che valorizzi, preservandole, le ricchezze naturali della zona, è molto più facile eliminare i vincoli di carattere ambientale e paesaggistico nei 19 Comuni interessati, lasciando mano libera per costruire dove il suolo – ancora – lo permette. Una scelta che non richiede fantasia, competenza, impegno e amore per il proprio territorio, ma che consente di soddisfare gli appetiti di pochi potentati locali politicamente ben ammanicati.
«Una scelta figlia di una politica sballata che considera il territorio come proprio e che non si preoccupa di tutelarlo per la comunità» dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia.
Un secondo motivo di tale scellerata proposta, che tra l’altro non affronta per nulla le reali esigenze del Parco, sarebbe quella di produrre economie di spesa per la Regione Lombardia nella gestione del Parco. In proposito, vale la pena evidenziare che Regione destina attualmente solo 9.070.000 euro di risorse (ovvero il costo di soli tre missili patriot, tanto per fare un confronto attuale) per la gestione delle spese di funzionamento di tutti i 24 Parchi regionali.
Il parere della Comunità montana
L’iter ora prevede, proprio in questi giorni, l’approvazione della Comunità Montana della Valle Camonica – che gestisce il Parco – e in un secondo momento l’interlocuzione con la Regione Lombardia.
In questa situazione, se la Comunità Montana, come si teme, approverà la proposta della Lega, si andrebbe nella direzione dell’ulteriore depotenziamento dei Parchi e dei presidi paesaggistico-ambientali proprio quando i cambiamenti climatici segnalano con sempre più evidenza i rischi per i territori, soprattutto quelli idrogeologici nelle aree montane, quando si allenta il presidio degli equilibri naturali. E in tal senso proprio la progressiva riduzione del ghiacciaio dell’Adamello è un inequivocabile grido di allarme e di dolore che la montagna sta lanciando.
Vedremo se la Giunta Regionale a cui spetta l’ultima parola, avrà il buon senso di respingere, come in passato, questa sbrigativa e pericolosa proposta.
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