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AVVENTURA / PRIMA PARTE

Otto giorni a piedi in Mongolia, al passo di una carovana

Il racconto di un lettore: la spedizione tra le montagne e i pastori delle valli del Kharkhiraa e del Turgen, nell'Altai nord-occidentale. E le lezioni di vita di una terra ancora lontana

Otto giorni a piedi in Mongolia, al passo di una carovana
Cavalli al pascolo. © D. Ruggeri

Redazione Redazione 4 ore fa

 

di Dimitri Ruggeri (*)

Non chiedere il nome di questi luoghi. Non li ricorderai mai. Chiedi piuttosto le suggestioni che sanno evocare: allora, davanti agli occhi, si schiuderanno paesaggi infiniti.

Tra un pezzo di mela e un pomodorino, il cielo ci cade addosso.

I cammelli ci hanno appena raggiunti nella piccola conca in cui ci siamo fermati per pranzare. Avanzano lentamente, piegati sotto i carichi che trasportano da giorni: tende, viveri, attrezzatura da campo. Quando vengono liberati dai centocinquanta chili che ciascuno porta sul dorso, si lasciano cadere a terra con un tonfo sordo, simili a edifici pericolanti che, all’improvviso, smettono di opporre resistenza alla gravità.

Mongolia

l cammello della carovana, a riposo. © D. Ruggeri

Siamo nell’Altai nord-occidentale, tra le valli del Kharkhiraa e del Turgen. Da alcuni giorni camminiamo con una carovana di cammelli e cavalli, seguendo corsi d’acqua alimentati dalle montagne e attraversando un territorio in cui l’esile tracciato si confonde con il pascolo. Intorno a noi il terreno si chiude tra i pendii: potrebbe essere un valico oppure soltanto una delle innumerevoli pieghe di queste montagne, a tratti rotonde come le forme di Botero. Qui le distanze non hanno cartelli e il paesaggio non dichiara mai con chiarezza dove cominci una valle e ne finisca un’altra. I miei occhi, abituati a prospettive ordinate, non sanno dove posarsi.

Mongolia

Paesaggio, in cammino. © D. Ruggeri

La grandine arriva senza preparazione. Nessun tuono solenne, nessun avvertimento che ci conceda il tempo di interpretare il cielo. Un istante prima sto mangiando, quello successivo siamo rannicchiati sotto giacche, poncho e zaini, mentre i chicchi rimbalzano sulle pietre, sulle teste, sulle gobbe dei cammelli. Non trovando riparo, ci accucciamo come uccelli feriti per limitare i danni. Qualcuno bestemmia. Bestemmio anch’io, i santi della mia terra. È una reazione inutile, ma il corpo non segue una teologia precisa: conosce il freddo che entra nelle maniche, l’acqua che raggiunge la schiena e le dita che diventano rigide.

Mongolia

Paesaggio post grandinata. © D. Ruggeri

Non possiamo correre: non esiste un tetto verso cui farlo. Non possiamo tornare indietro, perché dietro di noi c’è lo stesso cielo. Non possiamo convincere le nuvole a spostarsi né fingere che la grandine sia un’esperienza spirituale. Possiamo soltanto aspettare, battendo i denti.

La pazienza non è mai stata una mia virtù. Ho sempre creduto che fosse una forma elegante della rinuncia, un modo educato per dire che non si possiede abbastanza forza per cambiare le cose. In quella conca scopro invece che può essere una condizione fisica: non una qualità dell’anima, ma una postura del corpo, curvo e inarcato senza capitolare.

Mongolia

Mercato di Ulaangom. © D. Ruggeri

Quando la grandine smette, le montagne sono bianche. I chicchi hanno coperto l’erba e riempito le fessure tra le rocce. Il paesaggio che ci aveva accolti con il verde acido della steppa ha cambiato pelle in pochi minuti. Ci alziamo, scuotiamo i vestiti e riprendiamo il cammino. Nei giorni successivi impareremo che il tempo cambia senza consultarci e che, non potendo dominarlo, conviene almeno tentare di farselo alleato con la preghiera.

La Mongolia mi aveva aspettato per quasi vent’anni

La prima volta l’avevo osservata da lontano, fermandomi sul lago Bajkal durante un viaggio lungo la Transiberiana, da Mosca a Vladivostok. Ero più giovane e credevo che una distanza potesse essere sconfitta semplicemente percorrendola, rapidamente, dentro il suono di un treno. Dal finestrino immaginavo questo paese come un bestione enorme e polveroso da domare, una polvere nella quale nascondersi e, forse, rinascere.

Mongolia

Siccità nei pressi di Tarialan. © D. Ruggeri

Per molto tempo la Mongolia è rimasta per me un territorio mentale più che geografico, uno spazio abbastanza vasto da accogliere ciò che non riuscivo a ordinare altrove. Quando finalmente arrivo a Ulaanbaatar, quell’immagine comincia subito a sfaldarsi.

La capitale appare come un cantiere aperto: gru, scheletri d’acciaio, edifici che spingono verso il cielo, motorini elettrici lanciati sui marciapiedi. Più in basso resistono i palazzi neoclassici del periodo comunista, circondati dalle nuove torri. Sulle insegne riconosco il cirillico con cui si scrive il mongolo contemporaneo; accanto ricompare la scrittura tradizionale, verticale e sottile.

In periferia non mancano edifici moderni, ormai segnati dal tempo, che richiamano il funzionalismo brutalista di quegli anni, uno stile che mi ha sempre affascinato. Anche nell’architettura affiorano le tracce di una storia tormentata: il popolo mongolo è stato a lungo stretto tra la Russia e la Cina, sottoposto a pressioni, alleanze e trasformazioni profonde, senza che venissero cancellati del tutto il nomadismo, l’identità e i valori delle comunità pastorali.

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Alloggiamo all’Hotel Continental, anch’esso una vestigia dell’epoca sovietica, oggi sovrastato dalla modernità che tutt’intorno continua a salire. I corridoi mi riportano alla mente il film Shining. Provo tenerezza nel contemplare questo palazzo armonioso, sopravvissuto al mutare dei tempi, quasi fosse il simbolo di una silenziosa resistenza architettonica.

Eppure, la Mongolia non corrisponde alle mie aspettative e non sembra avere alcuna intenzione di farlo. Ulaanbaatar appare, a tratti, simile a molte città europee che stanno perdendo i propri tratti riconoscibili sotto la pressione degli stessi edifici, delle stesse vetrine, delle stesse promesse verticali.

Pochi giorni dopo voliamo a Ulaangom, nella provincia di Uvs, e raggiungiamo Tarialan, punto di partenza del trekking. Il centro ha da poco celebrato il proprio centenario, ma al nostro arrivo sembra quasi disabitato. La strada principale è larghissima, sproporzionata rispetto al numero di persone che la percorrono: potrebbe contenere una parata, un mercato, una fuga. In quel momento contiene soprattutto polvere e silenzio, capre e pecore osservate da pastori che cavalcano motorini anziché cavalli.

Mongolia

Mercato di Ulaangom. © D. Ruggeri

Visitiamo una scuola pulita e ordinata, una moschea diroccata e alcuni edifici istituzionali che sembrano attendere un futuro rimandato. Tarialan è uno dei principali territori d’insediamento dei Khoton, una piccola comunità di origine turcica la cui storia si è intrecciata con quella mongola. Non saprei però riconoscere, guardando un volto o entrando in una ger, dove termini un’identità e ne cominci un’altra. Sono confini che il viaggiatore vede spesso soltanto perché qualcuno glieli indica.

La famiglia di Shinè, la nostra guida mongola, ci permette di montare le tende davanti alla propria ger, poco distante dal centro. La ger è un centro circolare in un paesaggio sconfinato, senza centro.

Mongolia

Campo giornaliero per sussistenza. © D. Ruggeri

Da lì prende il via la carovana: Shinè, i carovanieri, i cammelli carichi di viveri e attrezzature, i cavalli utilizzati per gli spostamenti e l’attraversamento dei fiumi, Misha, il nostro accompagnatore italiano, e un piccolo gruppo di camminatori, di cui faccio parte anch’io.

Noi procediamo con gli zaini giornalieri, persuasi di essere i protagonisti del viaggio. In realtà siamo la parte meno necessaria del sistema. Senza i cammelli non avremmo tende, viveri o cucina; senza i cavalli alcuni guadi diventerebbero impraticabili; senza chi conosce il territorio non sapremmo distinguere una traccia da un vicolo cieco. Il nostro itinerario dipende da animali e persone che non hanno bisogno di trasformarlo in un’esperienza. Per loro è lavoro.

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Bambino e cavallo. © D. Ruggeri

Nelle famiglie pastorali che incontriamo tutto sembra ruotare attorno al cavallo: gli spostamenti, il bestiame, l’educazione dei bambini, il prestigio, il gioco. Qui parrebbe quasi strano rispondere di no alla domanda: «Possiedi un cavallo?». A me torna la voglia di montare in sella, come facevo da bambino, quando riuscivo perfino a saltare gli ostacoli in una pista. Ora, forse, attraverserò ingobbito ma con dignità i numerosi guadi che ci aspettano.

Il tempo metereologico dei giorni precedenti ha ingrossato il fiume alimentato dalle montagne e i cammelli non riescono ad attraversarlo. Dovremo aggirarlo, aggiungendo una tappa. La prima lezione della Mongolia è una deviazione inaspettata.

(continua…)

 

Mongolia
Cavaliere Mongolo – Accompagnatore. © D. Ruggeri
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Papà con il figlio cavaliere. © D. Ruggeri

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Paesaggio verso il Kharkhiraa – Dimitri Ruggeri in primo piano. © D. Ruggeri
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Paesaggio, in cammino verso il Massiccio del Kharkhiraa. © D. Ruggeri

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Paesaggio, in cammino. © D. Ruggeri
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Preparazione dei cammelli. © D. Ruggeri

 

(*) Dimitri Ruggeri è poeta, videopoeta, slammer e scrittore. È autore di numerose raccolte poetiche, tra cui Parole di grano (2007), Carnem Levare, il Cammino (2008), Status d’amore (2010), Il Marinaio di Saigon (2013, vincitore del Premio della critica Mioesordio 2014), Soda caustica (2015), Krokodil (2018) e Radon (2019). Nel 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Pugni al petto, che ha “performato” correndo le Maratone. Ha realizzato videopoesie, audiolibri e performance teatrali, portando la poesia in contesti non convenzionali come borghi abbandonati, campi agricoli e spazi in disuso. È stato promotore e pioniere del Poetry Slam in Abruzzo e Molise e ha ideato progetti innovativi come Slam[Contem]Poetry, primo portale in Italia dedicato allo Slam e la Biennale Marsica.

Ha partecipato ai principali tornei di Poetry Slam in Italia, a festival di poesia e ai più importanti festival internazionali di videopoesia in Europa. Le sue poesie sono presenti in antologie e siti web letterari; alcune sono state tradotte in spagnolo per il Periódico de poesía dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Attualmente è Direttore Artistico del Premio Hombres Itinerante di Videopoesia ed è impegnato nello sviluppo di progetti con l’intelligenza artificiale.

 

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