Che cosa alimenta la crisi vulcanica dei Campi Flegrei? Una risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, che ricostruisce l’evoluzione del sistema vulcanico attraverso quasi trent’anni di misurazioni delle emissioni di anidride carbonica (CO₂). I risultati indicano che la risalita di fluidi di origine magmatica, il conseguente riscaldamento del sottosuolo e l’aumento della pressione svolgono un ruolo centrale nell’attuale fase di attività della caldera.
La ricerca, condotta da un gruppo di studiosi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Università degli Studi di Perugia e dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, analizza le relazioni tra degassamento, deformazioni del terreno e terremoti. Il lavoro si basa su un patrimonio di dati particolarmente ampio: oltre 30.000 misurazioni del flusso di CO₂ nell’area della Solfatara e di Pisciarelli, raccolte mensilmente dal 1998 al 2025.
Emissioni di CO₂ e sollevamento del terreno
Dal 2005, anno di inizio dell’attuale crisi bradisismica, le emissioni di anidride carbonica dal suolo della Solfatara sono aumentate con un andamento quasi esponenziale. A questa crescita corrisponde un andamento analogo del sollevamento del terreno, che a Pozzuoli ha raggiunto circa 1,6 metri nel dicembre 2025. Entrambi i fenomeni si accompagnano all’intensificarsi della sismicità.
La CO₂ è uno dei principali gas liberati dai magmi durante la loro evoluzione e risalita. Misurarne il flusso attraverso il suolo permette quindi di ottenere informazioni sui processi che avvengono in profondità, anche quando non sono direttamente osservabili. Secondo lo studio, i dati sono coerenti con un apporto continuo di fluidi magmatici che si accumulano a circa 3-4 chilometri di profondità e risalgono verso gli strati superiori. Il loro ingresso nel sistema idrotermale, costituito da rocce, acqua e vapore ad alta temperatura, ne aumenta progressivamente la pressione e la temperatura. Questo processo contribuisce alla deformazione della crosta terrestre e all’attività sismica.
Il calore nascosto sotto la caldera
Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda il trasferimento di energia dal sistema dei fluidi alle rocce circostanti. Mentre la CO₂ raggiunge la superficie e viene emessa nell’atmosfera, una parte consistente del vapore acqueo presente nel sottosuolo condensa. Durante questo passaggio, il vapore libera calore, detto calore latente, che viene trasferito alle rocce e contribuisce a riscaldare il sistema idrotermale.
«Abbiamo stimato che l’energia termica rilasciata dai fluidi è un ordine di grandezza superiore all’energia elastica necessaria a deformare e sollevare la crosta terrestre», spiega Giovanni Chiodini, coautore dello studio. Secondo le stime dei ricercatori, è inoltre circa centomila volte maggiore dell’energia complessivamente liberata dai terremoti registrati tra il 2005 e il 2025.
Un’altra evidenza del riscaldamento è l’aumento di oltre 10 °C della temperatura media del suolo registrata alla Solfatara negli ultimi due decenni, come sottolinea Stefano Caliro, coautore della ricerca e responsabile del monitoraggio geochimico dei vulcani campani presso l’INGV.
Che cosa significa per il rischio vulcanico?
I Campi Flegrei sono una caldera vulcanica attiva in un territorio densamente abitato, dove il monitoraggio dei segnali provenienti dal sottosuolo è essenziale per valutare l’evoluzione della crisi. Lo studio non consente di prevedere quando o se avverrà un’eruzione, ma offre nuovi elementi per comprendere i processi che alimentano l’attività attuale. Gli autori evidenziano che la pressurizzazione e il riscaldamento del sistema idrotermale, insieme all’accelerazione delle deformazioni e della sismicità, indicano un aumento del rischio di eruzioni freatiche — provocate dall’interazione tra acqua e calore — o magmatiche.
Per questo, il monitoraggio delle emissioni gassose deve essere integrato con le misurazioni delle deformazioni del terreno, i dati sismologici e l’analisi della composizione chimica delle fumarole. Nessun singolo indicatore, preso isolatamente, è sufficiente a descrivere l’evoluzione di un sistema vulcanico così complesso.
La lunga serie di misurazioni utilizzata nella ricerca dimostra il valore del monitoraggio continuativo: osservare come cambiano nel tempo i segnali geochimici, geodetici e sismici permette di ricostruire i meccanismi che agiscono in profondità e di migliorare la valutazione del rischio in una delle aree vulcaniche più densamente popolate d’Europa.
Lo studio scientifico “Escalating soil CO₂ degassing correlates with ground uplift and seismicity during the ongoing unrest of Campi Flegrei (2005–2025)” è stato pubblicato su Science Advances.
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