Pineta odorosa di resina, a due passi dalle dune bianche di Porto Pino. Rita ci accoglie sulla porta, come farebbe una zia o una nonna quando arriva un nipote. «Benvenuti a Candiani» sorride, mentre ci mostra dove inquadrare il QR dell’app per ottenere il timbro digitale della tappa sulla nostra credenziale virtuale. Siamo appena arrivati, ma in qualche secondo già intuiamo un sorprendente contrasto: antica è l’ospitalità sarda, semplice e familiare, antichi i luoghi e i profumi della natura mediterranea, ma contemporanea e in un certo modo imprevista l’organizzazione tecnologica e la funzionalità del processo. L’app si apre, il timbro è messo et voilà, ci viene proposta anche tutta una serie di possibilità per scoprire i dintorni, esperienze, attività.
Siamo sul Cammino Minerario di Santa Barbara, nell’angolo sudoccidentale della Sardegna, e Rita è la custode di una delle nove strutture chiamate posadas che accolgono i camminatori lungo il percorso (altre arriveranno in futuro). «È una ex struttura militare che il Cammino ha trasformato in ostello e punto accoglienza» ci spiega. «Abbiamo 7 posti letto in due camere condivise. Qui arriva gente da tutto il mondo, c’è chi fa tutto il cammino, chi solo qualche tappa, ma tutti sono entusiasti del nostro territorio».
Un modello unico in Italia
Territorio. Una parola che sentiremo nominare molte volte, nel corso dei tre giorni che passeremo sul Cammino, invitati dalla Regione nell’ambito dell’evento “Noi camminiamo in Sardegna”, ideato per far scoprire e valorizzare i tanti cammini e le tante destinazioni di pellegrinaggio dell’isola. Perché il territorio è centrale: il territorio con le sue specificità, i suoi sapori, la sua storia, le sue possibilità di rete e di collaborazione. «Quella del Sulcis-Iglesiente è un’area meno famosa di tante altre in Sardegna» ci spiega Massimo Sanna, presidente dell’associazione Pozzo Sella. «Oltre 25 anni fa, si era provato a valorizzarla con il Parco geominerario, viste le tante importanti e bellissime testimonianze di archeologia industriale. Ma c’erano e ci sono troppi attori, troppa burocrazia, e il progetto non è mai riuscito a decollare. Così abbiamo provato a inventarci un’altra cosa”.
Quella cosa è un percorso da fare a piedi o in bicicletta che collega mare ed entroterra, le dune di Piscinas e la miniera di Montevecchio (i punti più a nord) con Sant’Antioco e appunto Porto Pino (i punti più a sud). «Ci abbiamo lavorato così tanto che alla fine siamo riusciti a crearlo davvero, nel 2016, complice un’idea geniale: creare una Fondazione di partecipazione composta da una rete istituzionale e sociale del territorio». Una Fondazione che unisce enti, istituzioni religiose, associazioni (come Pozzo Sella) e terzo settore in una cabina di regia unica: un modello unico in Italia che si basa, appunto, su una rete territoriale. «Si parte da Iglesias e dopo circa 500 km si ritorna a Iglesias, completando un anello tra mare e montagne: una meraviglia».
Tra macchia mediterranea e vigneti
Basta chiacchiere, andiamola a vedere questa meraviglia. La tappa è la 21, che da Candiani porta verso Masainas: e subito è meraviglia per i colori della vegetazione e del mare, per il vento, per la sensazione di essere da soli in una giornata di fine settembre. Franco e Monica, le nostre guide, ci mostrano prima alcune strutture militari edificate dalla Regia Marina negli anni Trenta del Novecento – strutture che non hanno mai sparato un colpo; poi i tanti arbusti della macchia mediterranea, dal mirto alla fillirea ad alcuni ginepri stupendi, contorti, che chissà quanta storia hanno visto passare sotto le loro fronde. La segnaletica gialla e blu con il simbolo del cammino ci accompagna curva dopo curva, senza mai farci dubitare del percorso.
Poco lontano dalla costa, ecco poi un altro paesaggio, altrettanto tipico di quest’area: quello delle vigne del Carignano, un vitigno che cresce sulla sabbia a piede franco. «Vuol dire che queste piante crescono sulle loro radici originarie, senza essere state innestate su radici di vite americana, com’è successo alla grandissima parte delle vigne europee nella seconda metà dell’Ottocento a causa della fillossera» spiegano le nostre guide. «Qui l’insetto parassita arrivato dall’America non è mai sbarcato: perché non riesce a propagarsi nei terreni sabbiosi come i nostri. Queste sono davvero tra le poche piante ultracentenarie di vite che mantengono intatto il loro patrimonio genetico». Assaggiamo qualche acino dolce e succoso da un grappolo lasciato dai vendemmiatori con lo stesso piacere di un bambino sorpreso da un regalo inaspettato.
La cantina di Gavino Sanna
Poi, nel tardo pomeriggio, gustiamo anche il prodotto di quegli acini: siamo invitati a una degustazione alla Cantina Mesa, che si presenta sul cammino in maniera inaspettata, una enorme e moderna costruzione di quelle che ti aspetteresti di trovare nelle terre del Chianti o della Franciacorta. «Questa cantina racconta di Sardegna più di tante altre storie» spiega il sindaco di Sant’Anna Arresi, nel cui territorio ricade la proprietà. «Quando il celebre pubblicitario Gavino Sanna l’ha costruita, oltre vent’anni fa, mi ricordo le critiche: chi diceva che era un ecomostro, chi un centro di igiene mentale… Oggi vediamo quella intuizione in un altro modo: Mesa è un fiore all’occhiello, un esempio. Soprattutto perché la decisione di Sanna di fare una cantina qui – un territorio da sempre povero di risorse – ha permesso a tante persone del luogo di trovare lavoro senza dover scappare altrove».
La cantina invero è bellissima, con le geometrie degli antichi tappeti da muro sardi riprodotte sulle etichette e le pareti esterne. Mentre assaggiamo Buio, BuioBuio e Gavino, tre bottiglie di Carignano del Sulcis progettate dallo stesso Sanna con forme che ricordano le figure sarde, ci spiegano come il Carignano venga dalla Spagna, come Mesa significhi tavola e quindi convivialità e profumo di famiglia, e come attorno a questo vitigno sia nato anche un cammino dedicato, I sentieri del Carignano, che ripercorre e rimodula le tappe di quello di Santa Barbara dalla 18 alla 24. «L’abbiamo pensato per fare rete con i produttori locali» spiega Simona Usai, che lavora alla Fondazione. «Lungo il cammino è possibile fermarsi per visite e degustazioni nelle cantine come questa. Si cammina di giorno e la sera si scopre la storia di questa terra attraverso un calice. Bello, no?».
Bello, anche perché l’organizzazione del cammino è perfetta: quando si attiva la credenziale del cammino sul sito apposito, si può scaricare anche la Mìnera Card, una web app che dà accesso a sconti e vantaggi lungo il tutto il cammino: tariffe ridotte nelle posadas (25 euro per pernottamento e colazione!) e nelle strutture ricettive convenzionate, accesso a menu del pellegrino, biglietti ridotti per musei, siti minerari ed esperienze di vario tipo, tra cui le degustazioni. Chi ha la Card può anche acquistare un’assicurazione contro gli infortuni lungo il cammino. Una vera e propria rivoluzione tecnologica.
Le ali dei fenicotteri
Il giorno dopo riprendiamo il sentiero: vicino a Is Solinas, le spiagge sono orlate da lagune popolate da cormorani, aironi e garzette. E poi ci sono loro, i fenicotteri, protagonisti indiscussi della sarditudine: una splendida passerella di legno, recentemente realizzata, costeggia lo stagno di Porto Botte permettendo una visuale magnifica sugli stormi dalle ali cremisi.
Viene a salutarci Mauro Usai, sindaco di Iglesias nonché presidente della Fondazione del Cammino Minerario: e c’è sempre e ancora il territorio, nelle sue parole. «Un territorio che attraverso questo cammino ha sbaragliato ogni tipo di confine e di cavillo e che si è ripensato usando ciò che aveva, valorizzando la propria identità» ci spiega. «Sono tante le azioni collegate a questo successo: un risanamento ambientale che sta iniziando proprio in queste settimane, per esempio nella valle del Rio San Giorgio, dove sono stati stanziati 110 milioni di euro per decontaminare i residui minerari; azioni provinciali focalizzate a politiche turistiche sostenibili e destagionalizzate; un patrimonio immobiliare riconvertito con la collaborazione delle istituzioni. Un tempo questa zona era all’avanguardia per la sua attività estrattiva, gran parte dei minerali usati dalle industrie metallurgiche del Nord Europa veniva da qui. Oggi cerchiamo di essere all’avanguardia con questo cammino».
Storie di Tratalias
Un cammino come volano per il futuro. Mentre ci inoltriamo tra campi arsi dal sole e resti di antichi nuraghi verso il paese di Tratalias, pensiamo al significato che può avere un “banale” percorso da fare a piedi. A piedi: il più antico mezzo di locomozione, qualcosa che facevano i popoli di duemila anni fa, loro con le bisacce e gli otri di pelle di capra, noi con gli zaini tecnici e le borracce. «A piedi portavamo anche la nostra Madonna da Iglesias, oggi lo facciamo con is carrus, i trattori addobbati a festa: è un pellegrinaggio che dura dal 1503» ci spiega un volontario della pro loco, che ci accoglie a Tratalias. «In quell’anno la Diocesi si trasferì da qui a Iglesias, che era più lontano dalle incursioni dei pirati saraceni. Anche la nostra Madonna di Monserrato se ne andò: da allora, ogni anno il giovedì che precede la domenica dell’Ascensione la comunità organizza Sa Festa Manna (la festa grande, ndr) per riportare temporaneamente la statua nella sua antica dimora». Dimora che è una cattedrale romanica straordinaria per purezza, forme, semplicità. E per quella peculiare scala sulla facciata che poi continua all’interno, un invito all’ascensione verso il cielo (o al figlio di Dio per venire da noi sulla Terra).
Tratalias, un grumo di case color pastello raccolte attorno al suo gioiello, racconta anche altre storie. Quella di un paese che nel 1961 dovette essere evacuato, a causa del dissesto idrogeologico provocato dalla costruzione di una diga a meno di un chilometro: il museo locale ben racconta la storia di sofferenze e distruzione che ne seguì, con il villaggio nuovo terminato solo vent’anni dopo, anche grazie a un appello di Enzo Tortora a Portobello. E quella di Ileana e Davide, due giovani intraprendenti che a Tratalias, dietro la cattedrale, hanno trovato il luogo per installare la loro attività, una pinseria (si chiama Demetra, andatela a provare) diventata punto di riferimento sia per i turisti sia per i pellegrini: pinsa sarda, preimpasto con la biga a lunga fermentazione, farciture di sapori tipici locali, una squisitezza.
Conclusione a Sant’Antioco
La notte ci fermiamo vicino al paese, all’agriturismo Su Meurreddu, posto tappa tra la 22 e la 23 del cammino: anche qui superba cucina sulcitana a base di prodotti a chilometro zero, tanto che ci chiediamo come facciano i camminatori a sopravvivere a questa continua tentazione gastronomica. Poi ecco l’ultimo giorno, che ci porta verso un altro paesaggio ancora: quello delle saline di Sant’Antioco, che compaiono quasi inaspettate in fondo ai campi, un mondo di vasche rosate e brillanti cristalli di sale dove il sentiero si snoda proprio sugli argini, quasi sospeso sull’acqua. È un paesaggio antico e moderno, naturale e artificiale allo stesso tempo: il gradimento dei fenicotteri è pari al nostro. E poi si arriva all’istmo tra due mari che collega la Sardegna alla sua isola.
A Sant’Antioco ci sarebbero tante storie da raccontare: la città sotterranea scavata dai Cartaginesi, le catacombe cristiane, il santuario fenicio, l’abilità di Chiara Vigo nel tessere il bisso, una fibra ricavata dalla Pinna nobilis, mollusco oggi severamente protetto. Non c’è tempo questa volta per approfondire, ma concludiamo la nostra tre giorni con un’altra degustazione di carignano, totalmente diversa dalla precedente, presso l’azienda vitivinicola Xabarra. Qui Bettina Cadeo cura le sue vigne come se fossero sue figlie. «È da quando sono bambina che vivo in mezzo al vino» racconta «la mia bisnonna aveva la sua cantina in un ipogeo vicino alla Cattedrale. Mi ricordo che c’erano i gechi e io ne avevo paura, ma mia nonna mi diceva che non dovevo, perché erano i guardiani del vino. Così quando ho iniziato a produrre vino li ho fatti disegnare sulle etichette!». Mentre racconta, Bettina cammina tra i filari bassi delle vigne, adattati alla sabbia e al vento. «Oggi ho questa piccola azienda di cui vado molto fiera: faccio io la potatura e la sfogliatura, poi mi faccio aiutare dai ragazzi per la vendemmia. Siamo una famiglia, il Carignano rende tutti una famiglia». La famiglia di cui anche noi sentiamo di far parte, dopo questi tre giorni sul Cammino Minerario di Santa Barbara. E da cui anche voi vi sentirete accolti, quando vi incamminerete sui loro sentieri.
Informazioni
- Tutte le informazioni sul Cammino Minerario di Santa Barbara e sulla Mìnera Card sui siti
- La guida ufficiale del Cammino è pubblicata da Terre di Mezzo:
https://www.terre.it/prodotto/cammino-minerario-santa-barbara/
- Posada Candiani. © Stefano Brambilla
- La costa vicino a Candiani. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- La macchia mediterranea vicino a Candiani. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- La vista dalle Batterie Candiani. © Stefano Brambilla
- Cantina Mesa. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- Degustazione alla Cantina Mesa. © Stefano Brambilla
- Stagno di Porto Botte. © Stefano Brambilla
- Stagno di Porto Botte. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- Camminando verso Tratalias. © Stefano Brambilla
- Camminando verso Tratalias. © Stefano Brambilla
- Santa Maria di Monserrato, Tratalias. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- Tratalias. © Stefano Brambilla
- Saline di Sant’Antioco. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- Saline di Sant’Antioco. © Stefano Brambilla
- Saline di Sant’Antioco. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
- Saline di Sant’Antioco. © Gabriele Doppiu per Noi camminiamo in Sardegna 2026
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com




























