Nella striscia di Gaza, una regione larga appena tra 6 e 12 km e lunga 41 (ovvero 365 kmq, più o meno come il lago di Garda o il doppio del comune di Milano) con circa 2 milioni di abitanti, oltre agli eccidi di persone, si è svolto un vero e proprio “ecocidio”.
È noto che in tutte le guerre l’ambiente è la prima muta vittima sacrificata, ma in questo caso, e anche in parte nell’adiacente Cisgiordania, la situazione è aggravata dalla morfologia e dalle ridotte dimensioni dei territori colpiti, che hanno concentrato enormemente gli impatti causati dalle varie attività belliche, sia dirette, sia indirette.
È ancora troppo presto per fare una stima finale dai danni, ma alcune considerazioni si possono già fare.
Secondo il dr. Ghassan Abu-Sittah, un medico specializzato in chirurgia craniofacciale e traumi di guerra che ha lavorato a Gaza con Medici Senza Frontiere, nei territori si sarebbe consumata una vera e propria guerra alla biosfera. Ovvero non solo agli esseri umani, ma anche a ogni forma vivente: suolo agricolo, acqua, aria, piante e animali. Si è cercato, con metodo e consapevolezza, di fare tabula rasa di tutto.
Colpiti pozzi e acquedotti
Gli attacchi militari di Israele hanno ridotto drasticamente le riserve di acqua dolce, facendo saltare pozzi e acquedotti. Rasa al suolo gran parte della vegetazione, a cominciare dagli uliveti, resi sterili o contaminati gran parte dei suoli, perso il 97% delle colture arboree, il 95% degli arbusti e l’82% delle colture stagionali. Ad oggi solo l’1,5% del terreno agricolo (232 ettari) è accessibile e non danneggiato (fonte: Report FAO “Land available for cultivation in the Gaza Strip as of 28 July 2025”).
Danni ambientali senza precedenti nella storia, estesi anche all’ecosistema costiero e con gravissime conseguenze, la cui portata e soprattutto durata potranno essere valutati solo negli anni futuri.
È quanto hanno causato gli oltre due anni di escalation militare dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza secondo l’ultimo report di Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, pubblicato il 23 settembre 2025 e dal titolo inequivocabile: Environmental damage in Gaza Strip harming human health, threatening long-term food and water security.
Milioni di tonnellate di detriti contaminati
Secondo il dossier ci vorranno decenni per curare le ferite provocate all’ambiente. Non potendo accedere alla Striscia, il personale dell’Unep ha condotto l’indagine combinando i dati emersi dal telerilevamento, inclusa l’analisi di immagini satellitari e le osservazioni sul campo raccolte da altre agenzie delle Nazioni Unite.
La distruzione e il danneggiamento di circa il 78% dei 250.000 edifici presenti nella Striscia ha prodotto 61 milioni di tonnellate di detriti. Di questi, circa il 15% è a rischio elevato di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Il suolo, martoriato dai bombardamenti e dalle attività militari di terra, ha perso molta della sua capacità di assorbire acqua, il che ha aumentato il rischio di inondazioni.
Infine, le emissioni immediate di CO₂ causate dalla guerra sono impressionanti, con una stima media di 536.410 tonnellate di anidride carbonica nei primi 120 giorni di guerra, il 90% delle quali attribuite al bombardamento aereo e all’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele. Si tratta di una quantità superiore all’impronta di carbonio annuale di molte nazioni vulnerabili al cambiamento climatico.
Insomma, un disastro che potrebbe sembrare secondario rispetto al dramma umanitario che tutti conosciamo, ma che emergerà con tutta la sua pesante importanza quando si deciderà di ripartire con la ricostruzione di questi martoriati territori.
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