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Bambini minatori, hi-tech sotto accusa

Bambini minatori, hi-tech sotto accusa

Michele Mauri Michele Mauri 22 Gen 2016

Amnesty International e Afrewatch hanno denunciato le condizioni di lavoro nelle miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo. È stato ricostruito il percorso a cui è avviato il minerale dopo l’estrazione: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), viene venduto a tre aziende che producono batterie per smartphone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

Per stendere il rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.
Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate. Il fatto certo – come evidenzia la stessa Amnesty International in un comunicato – è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello stato.

Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del Paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.

Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.

Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi: “Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”.

Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.

Il rapporto “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt” è disponibile qui.

 

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com

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