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L'IDENTIFICAZIONE DEL DNA

Barbara McClintock e il giardino della conoscenza

Barbara McClintock e il giardino della conoscenza
Barbara McClintock. © CC0 1.0

Alfonso Lucifredi Alfonso Lucifredi 26 Mar 2021

Gli anni ’50 del Novecento furono cruciali per lo sviluppo della genetica, in primis per l’identificazione della struttura a doppia elica del DNA, ma non solo. Tra gli scienziati che compirono ricerche basilari sui meccanismi di espressione genica ci fu l’americana Barbara McClintock (1902-1992) che, nonostante l’importanza dei suoi studi, per anni non ricevette particolare interesse da parte del mondo accademico.

La scienziata compì approfonditi studi sulle mutazioni cromosomiche nel granturco per tutti gli anni ’30 e ’40, in cui fu in forza prima alla Cornell University, poi all’Università del Missouri e infine al Carnegie Institute of Technology di Washington. Nel 1931 aveva già pubblicato uno studio sulla ricombinazione genetica in questa pianta, dimostrando come il fenomeno fosse dovuto allo scambio di porzioni tra cromosomi omologhi.

La scoperta più importante di Barbara McClintock fu però l’identificazione dei trasposoni, parti di DNA in grado di spostarsi da una posizione all’altra all’interno dei cromosomi e di provocare così mutazioni. McClintock produsse la prima mappa genetica per il mais, che collegava le regioni del cromosoma agli aspetti esterni della pianta. Dimostrò anche l’importanza del telomero e del centromero, regioni del cromosoma fondamentali per la conservazione delle informazioni genetiche.

Barbara McClintock creò un giardino a fianco al suo laboratorio, dove coltivò diverse varietà di mais da studiare e incrociare. Compì negli anni diversi viaggi in centro e Sud America, e da quelle terre importò molte varietà di queste piante, in modo da studiarle nel suo orto dedicato alla ricerca. In tempi recenti, questo giardino è stato ricreato alla Cornell University per celebrare questi studi pionieristici. Fu anche un’eccellente insegnante. La leggenda vuole che fosse così appassionata del suo campo di studio che, quando le veniva posta una domanda, potesse impiegare un intero pomeriggio per rispondere. Era lei stessa a interrompersi a un certo punto, dicendo al suo interlocutore: “meglio fermarci ora, sembri stanco”.

Pur trattandosi di una scienziata di successo (era stata eletta membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze e presidente della Società Genetica d’America), il suo studio sui trasposoni, presentato nel 1951, ottenne scarso seguito. In certi casi, la teoria della McClintock venne anche duramente contrastata. In parte questo era dovuto alla scarsa conoscenza delle strutture responsabili della trasmissione ereditaria (la descrizione del DNA sarebbe stata pubblicata solo due anni dopo, nel 1953), in parte al fatto che l’idea prevalente ai tempi era che i geni fossero unità fisse, immobili: le unità fondamentali dell’eredità erano considerate bloccate nella loro posizione prestabilita sui cromosomi, del tutto incapaci di spostarsi.

Forse anche il sessismo imperante negli ambienti accademici del tempo ebbe la sua parte nello screditare i lavori della scienziata: negli Stati Uniti degli anni ’50 era molto difficile per una donna fare carriera nel campo della ricerca e ancor di più veder riconosciuta una propria scoperta. E questo valeva anche per una studiosa piuttosto accreditata come la McClintock che, tanto per far capire la mentalità dei tempi, aveva dovuto iscriversi al corso universitario di botanica (per poi specializzarsi in biologia cellulare), invece che a quello di agronomia, suo principale interesse, perché in quella facoltà le donne non erano ancora ammesse.

La scienziata fu molto amareggiata per il mancato riconoscimento delle sue scoperte ma proseguì comunque le sue ricerche fino al pensionamento. In questo caso, per sua fortuna, le tecnologie di ricerca in biologia molecolare progredirono a passo spedito e negli anni ’70 le venne finalmente data ragione: i trasposoni vennero osservati in azione in molti esseri viventi e i lavori della McClintock vennero riscoperti e rivalutati. Così nel 1983 la scienziata vinse il premio Nobel per la medicina, che andò ad aggiungersi alla National Medal of Science conseguita nel 1970, all’Horwitz Prize e al Premio Wolf, entrambi ricevuti nel 1981. La scienziata, in seguito, affermò: «Potrebbe sembrare scorretto premiare una persona per essersi divertita così tanto negli anni».

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