di Maddalena Jahoda
Mi è capitato una volta, ahimé, di cascare nel mezzo della cacca di balena. Attaccata alla scaletta della barca con il retino in mano mi ero allungata troppo in direzione dell’elusivo agglomerato, che è importante recuperare per motivi di ricerca, con il risultato di un tuffo non programmato nell’acqua non esattamente pulita.
E notai una cosa, della cui importanza allora non ero consapevole, ma che in tempi recenti si è dimostrata fondamentale: la cacca galleggiava.
So cosa state pensando: e allora? Invece è proprio la cacca, e il fatto che viene prodotta in superficie, la chiave forse per… salvare il Pianeta.
I cetacei si trovano in cima alla catena alimentare, sono cioè l’ultimo anello di una serie di passaggi dalle piante agli erbivori, ai carnivori.
Un esempio terrestre: la cavalletta mangia dei vegetali e viene mangiata da un uccellino, che a sua volta è la preda di un serpente, il quale, infine può fare da pasto a un falco.
In mare le cose non sono diverse, a parte che la componente vegetale è costituita non tanto dalle alghe attaccate agli scogli, ma soprattutto dal fitoplancton.
Sono piante perlopiù microscopiche, che cionondimeno costituiscono una massa considerevole, e sono il primo, indispensabile anello di partenza. Al fitoplancton segue lo zooplancton e altri animali “erbivori”. E questi a loro volta vengono mangiati da animali carnivori. Le balene si collocano qui: predatori di zooplancton.
Le balene sono quelle che chiudono il cerchio
Perché la componente vegetale, qualsiasi, continui a prosperare e a tenere in vita tutti gli anelli della catena, ha bisogno di sole e di sali minerali. In mare questi spesso scarseggiano; il sole penetra solo per poche decine di metri e i sali minerali hanno la tendenza a sprofondare negli abissi, da cui fanno molta fatica a riemergere. Anche il ferro è un fattore limitante, in assenza del quale il plancton vegetale non prospera. E qui entra in gioco la cacca di balena, che contiene proprio quei sali minerali, più azoto e ferro, e vede, letteralmente, la luce alla superficie, cioè proprio dove serve.
In altre parole, le balene emettono grandi quantità di fertilizzante per i vegetali del mare. Questo non serve solo a mettere in moto la produttività marina. Il fitoplancton ha anche un ruolo importantissimo nel condizionare il clima.
Se le foreste sono uno dei polmoni del Pianeta, il fitoplancton è l’altro; non solo produce il 70% dell’ossigeno, ma elimina anche l’anidride carbonica, che è il principale responsabile dell’effetto serra. In altre parole, il mare condiziona il clima ben più di quanto si immagini.
Quanto ai grandi cetacei, c’è dell’altro: si è visto di recente che con le loro immersioni, avanti e indietro tra le acque profonde e la superficie dove devono tornare a respirare, creano un rimescolamento verticale, importantissimo per la produttività dei vegetali – tanto quanto l’azione del vento e delle maree.
C’è poi la migrazione stagionale di molte delle specie, che invece contribuisce al trasporto in orizzontale, da un posto all’altro, degli stessi nutrienti. Quindi, in sostanza, più balene, più fertilizzante, più fitoplancton, più ossigeno, meno anidride carbonica.
Ma il ruolo dei grandi cetacei nel contrastare i gas serra non finisce qui. Se è l’eccesso di anidride carbonica che crea quella cupola di gas che imprigiona i raggi solari facendo aumentare la temperatura della Terra, il vero problema è l’eliminazione del carbonio – componente di base della CO2.
Oggi si parla spesso di “carbon footprint”, ovvero quanto carbonio, e quindi effetto serra, produciamo con le nostre attività. Ma il carbonio è anche alla base dei tessuti di tutti gli esseri viventi, e sappiamo che le balene sono gli organismi più grossi.
Quindi, alla morte di questi animali, se le carcasse sprofondano negli abissi, tolgono di mezzo una grossa quantità di carbonio.
C’è chi ha calcolato che se le balene fossero ancora numerose come prima della caccia industriale che le ha decimate, cioè contassero 4-5 milioni di individui, 160.000 tonnellate di carbonio verrebbero sequestrate in fondo al mare. Ma anche solo da vive potrebbero eliminare più CO2 di quanta ne emette annualmente un Paese come il Brasile.
Sia chiaro, è comunque solo una piccola frazione delle emissioni globali di carbonio a livello mondiale, e ovviamente non basterebbe, da sola, a invertire la tendenza al riscaldamento in atto. Ma questa nuova visione getta una luce completamente diversa sul ruolo delle balene e di molti altri animali sul nostro Pianeta.
“Balene salvateci! I cetacei visti da un’altra prospettiva”
di Maddalena Jahoda
Ugo Mursia Editore
Pagine 282, 18 Euro
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