Nell’ambito della continua ricerca di esperienze originali (e magari anche fonte di nuovi business) attraverso le quali vivere la Natura si sta diffondendo sempre di più, soprattutto in questo caldo periodo estivo, il cosiddetto “torrentismo” o acquatrekking.
Ovvero quello sport che è una via di mezzo tra l’alpinismo, la speleologia, l’escursionismo e il rafting, fatto però a piedi, che vede i suoi appassionati camminare dentro al letto dei torrenti, ovviamente quando questi in genere sono in fase di magra.
Dotati di mute, caschetti e giubbotti salvagente gli “acquatrekker” si calano tra le rocce dei torrenti e ne risalgono il corso, arrampicandosi lungo pareti rocciose, risalendo cascate o più semplicemente camminando al centro del fiume, dove l’acqua in genere è alta poche decine di centimetri.
Un’attività nata da pochi specialisti che si sta rapidamente diffondendo però anche a livello più popolare e casereccio; in questi casi, accompagnati da guide non sempre specializzate, capita di incontrare gruppi di turisti che, dotati anche solo di semplici scarpette di gomma, costume da bagno e magari racchette da trekking, risalgono bellamente il torrente, come mi è capitato di vedere qualche anno fa lungo le gole dell’Alcantara, in Sicilia.

Al di là di alcuni possibili rischi che potenzialmente sempre vi sono in tale attività (vi ricordate la tragedia avvenuta nelle gole del Raganello, in Calabria, nel 2018?) e che gli escursionisti di questi “percorsi bagnati” dovrebbero saper affrontare, ve ne sono altri che invece interessano gli ecosistemi e le loro biocenosi. Si tratta infatti spesso di habitat quasi incontaminati o comunque ancora ben conservati che in realtà presentano numerose fragilità intrinseche.
Per esempio non si pensa quasi mai al fatto che l’essere umano, oltre al Covid, può essere il vettore di vari microrganismi patogeni per numerose specie animali. Per esempio attaccato ai nostri vestiti o scarpe possiamo immettere involontariamente nell’ambiente fluviale le spore di un fungo “chitride” esotico come il Batrachochytrium dendrobatidis , capace di alterare alcune proteine della pelle degli anfibi, che gli animali usano per respirare e regolare l’equilibrio di temperatura e liquidi corporei. Questo alieno in breve tempo è capace di produrre danni importanti: conduce alla morte rane, geotritoni, raganelle, euprotti e discoglossi, solo per citare alcune delle specie che possono essere colpite.

Inoltre, camminare nel letto di un fiume, specie se si è in gruppo, può poi provocare la distruzione di ovature soprattutto in un periodo, come quello estivo, riproduttivo per tante specie, come anfibi, crostacei, pesci e vari insetti acquatici. Anche la distruzione di vegetazione ripariale o di fondo, di alghe e piante acquatiche può essere causata dal passaggio di “branchi” di umani poco consapevoli e quindi attenti del loro potenziale impatto su questi microhabitat.
Pur non esistendo ancora una legislazione in materia – a parte la norma di Natura 2000 che vieta tali attività nelle ZPS – sarebbe dunque importante usare il nostro buonsenso: le piccole specie che vivono nei torrenti meritano lo stesso rispetto e la stessa attenzione dei camosci e degli orsi. In tal senso appare particolarmente sensibile ed evoluta la posizione dell’Associazione Oros di Cammarata (AG), che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione proprio su tale tematica.




