Secondo l’uso che se ne fa comunemente, conoscere e sapere sono sinonimi. Eppure la differenza c’è, eccome. I sostantivi derivati dai due verbi, conoscenza e sapienza, ci aiutano a comprenderla. La sapienza indica un sapere profondo, una condizione di perfezione intellettuale che si manifesta col possesso di grande conoscenza e dottrina (Il Vocabolario Treccani). Di contro, la conoscenza può anche essere superficiale.
Nel mondo di Internet è molto più facile ottenere informazioni rispetto al passato. Seduti alla scrivania o sprofondati su un divano, con un computer davanti o il cellulare in mano, possiamo indagare ogni cosa, ottenere ogni genere di informazione. Almeno, così ci pare.
Lo sguardo che un tempo si apriva viaggiando, incontrando genti e culture differenti, facendo esperienze esaltanti o anche arrischiate, sempre più spesso ha come limite cogente una tastiera e uno schermo.
Tutto ciò accresce il nostro distacco. La consapevolezza, anziché essere rinvigorita, si spegne. Il mondo rattrappito diventa autoreferenziale. Ogni istinto di ribellione viene ibernato da una conoscenza che non si traduce in sapere e, di conseguenza, in partecipazione.
Quell’insopprimibile desiderio di cambiare lo stato delle cose, ingenuo, persino sciocco talvolta, si è ritirato in praterie lontane, nell’attesa della venuta di nuovi barbari animati dall’impulso di sostituirsi a chi li ha preceduti.
Il vuoto accomuna giovani e adulti. La tecnologia, o meglio, l’uso distorto che se ne fa, ci distanzia anni luce da ogni ardore, fame o bramosia che non sia quella di una conoscenza omologata ai dogmi del mercato. Uguale per tutti, rassicurante, depurata dai suoi germi più inquietanti.
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