Qualcosa sta cambiando nella comprensione dell’affascinante canto degli uccelli e alcune nuove ricerche dell’Università di Oxford offrono uno sguardo innovativo su come i canti degli uccelli si trasformano nel tempo. Analizzando una cifra da capogiro come circa 100.000 vocalizzi di cinciallegre (Parus major), i ricercatori inglesi hanno scoperto che i movimenti degli individui e la loro età giocano un ruolo chiave nell’evoluzione del repertorio canoro delle popolazioni.
Lo studio, pubblicato su Current Biology, si è basato su più di 20.000 ore di registrazioni raccolte in tre anni all’interno dei Wytham Woods, dove le cinciallegre sono studiate da oltre 70 anni. L’obiettivo era capire come i cambiamenti demografici, ovvero chi arriva, chi va via, chi invecchia, possano influenzare i canti che diventano popolari, analizzare quelli che scompaiono e scoprire quanto vari siano i repertori individuali.

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L’aiuto dell’intelligenza artificiale
Per farlo, gli scienziati hanno usato un innovativo sistema di intelligenza artificiale, capace di riconoscere i singoli uccelli solo attraverso il canto. Questo ha permesso di mappare l’intera “scena musicale” della foresta con un dettaglio senza precedenti.
Vere e proprie culture canore
Una scoperta sorprendente riguarda l’età: gli uccelli giovani tendono ad avere repertori simili, mentre i quartieri misti per età mostrano maggiore varietà culturale. Gli individui più anziani, invece, continuano a cantare motivi in disuso, agendo come “archivi viventi” di melodie dimenticate. Proprio come accade con i nonni che ricordano vecchie canzoni ormai sconosciute ai più giovani.
Il ricambio generazionale ha un impatto diretto
Quando un uccello muore o si sposta, porta via con sé anche i suoi canti. I nuovi arrivati, spesso più giovani, imparano e diffondono motivi nuovi, accelerando il cambiamento culturale. Tuttavia, la mescolanza tra individui ha il suo peso: una maggiore dispersione e l’arrivo di “immigrati” favorisce l’adozione di canti più comuni, rallentando l’evoluzione, ma aumentando l’omogeneità.
Nelle aree dove gli uccelli restano vicini al luogo di nascita, si conservano, invece, stili canori unici, proprio come accade nei dialetti umani. Questi “accenti” locali rendono il paesaggio acustico dei boschi straordinariamente variegato.
Gli uccelli provenienti da altre aree tendono ad adattarsi al dialetto locale, ma imparano più canti del normale, arricchendo il repertorio collettivo. Una dinamica simile a quella delle società multiculturali.
«Così come le comunità umane sviluppano dialetti e tradizioni musicali, anche gli uccelli mostrano vere e proprie culture canore che si evolvono nel tempo», spiega il dott. Nilo Merino Recalde, autore principale dello studio. “Le nostre osservazioni mostrano quanto siano importanti i movimenti degli individui nel plasmare l’evoluzione culturale del canto”.
Un paesaggio sonoro complesso
Questo studio, il primo test su larga scala sul ruolo della demografia nell’evoluzione culturale in natura, offre nuove prospettive su come la cultura si trasmetta e cambi nel tempo anche tra gli animali. I dati raccolti sono stati resi pubblicamente disponibili per altri ricercatori.
Il professor Ben Sheldon, coordinatore del progetto a Wytham Woods, commenta: “Il paesaggio sonoro che sentiamo nei boschi ogni primavera è il risultato di anni di movimenti, apprendimenti e memorie condivise”.
Uno studio che, oltre a raccontarci le melodie degli uccelli, ci dice qualcosa in più su come si trasmette la cultura in natura e su come l’identità di un gruppo possa emergere anche dalle vocalizzazioni dei nostri amici alati.
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