Mi trovo da qualche giorno a sud est di Madrid, ospite in una bella casa con giardino lungo il rio Tajuña, le cui acque finiscono, anche se non direttamente, nel Tajo. Il paesaggio intorno è quello arido della Meseta, un susseguirsi di rilievi brulli punteggiati da cespugli e ulivi che, nell’estate spagnola riarsa dal sole, sembrerebbe l’ultimo posto in cui gli animali vorrebbero stare.
È lungo il fiume che la vita si concentra: una lunga striscia di verde contrassegnata da pioppi cipressini serpeggia sul fondo della valle seguendo il lento corso dell’acqua, dando vita a un piccolo paradiso terrestre.

La valle del Tajuña, a sud est di Madrid.
Da qualche tempo mi sono dotata di una utile App per riconoscere i canti degli uccelli e la suggerisco volentieri: “Merilin Bird ID”. In questo modo posso finalmente dare un “nome e un cognome” a ciò che sento. Le tracce sonore vengono trascritte unitamente alla specie identificata e si susseguono sullo schermo dello smartphone come le note di un concerto su un pentagramma.
E a pensarci bene di un vero concerto si tratta.
Primo movimento: Allegro
Il “La” all’orchestra viene dato poco dopo le sei del mattino da un parlottio insistente di merli e cinciallegre. Il sole è sorto da poco e ora un suono flautato dai toni gravi si libera nell’aria ancora fresca. È il richiamo suadente del rigogolo, lo “strumento” solista di questo giardino. Il suo canto è una sequenza di note basse e ben scandite in uno Fiù-fio Fiù-fiù-fìo a cui segue un deciso Uìo-jò-jò.
La vita nel giardino a poco a poco si risveglia e i pigliamosche iniziano a volteggiare frenetici a pochi centimetri dall’erba nel tentativo di catturare in volo un insetto. Poi si posano su un ramo secco e scrutando il loro territorio di caccia emettono un acutissimo e stridulo ftrì-ftrì-ftrì. Intanto, gli storni neri hanno iniziato il loro saliscendi di fischi modulati che riempiono tutto lo spazio sonoro e lo schermo dell’applicazione.

Pigliamosche (Muscicapa striata)- foto di Agustín Povedano
Un pettirosso salterella sull’erba alla ricerca di qualche lombrico. Si è accorto della mia presenza e indispettito raggiunge un posatoio. Con aria di sfida apre e chiude il suo piccolo becco emettendo rabbioso un cic-cic-cic, mentre la coda e le ali sono tutto un fremito.
Ora l’aria si è riempita di melodie in una frenetica gara di abilità canora. Sul cellulare si alternano in veloce rassegna passera montana, passera mattugia, rampichino, tordo bottaccio, colombaccio, tortora dal collare, fanello, verdone, bigia grossa, ballerina gialla, picchio muratore, rondine, cardellino, merlo, cinciallegra, usignolo… Ciascuno a dire la propria, ciascuno preso nelle azioni quotidiane di un’esistenza scandita da ritmi semplici, quasi sempre uguali, che rispondono a un disegno preciso e ineluttabile.
E, come in un concerto, il canto del rigogolo si riprende il suo spazio da solista, ora con un secco creek-creek-creek.
Secondo movimento: Andante
Passano le ore. Nell’aria ormai torrida i canti si sono fatti via via più tenui e ora si dileguano in un solo e indefinto cinguettio tra gli alberi, rotto ogni tanto dal craaaaa sgraziato della gazza e dall’ipnotico tu-tùù tutu del colombaccio.
Quattro rigogoli spiccano il volo con le loro sagome gialle e nere per rifugiarsi tra le fronde dei pioppi cipressini. Le rondini si rintanano all’ombra di una tettoia sotto la quale hanno fatto il nido. Tutto si fa più pigro, i canti degli uccelli non si distinguono da quelli dei grilli. Solo qualche pigliamosche sembra avere ancora voglia di fare acrobazie sull’erba, che tra poco sarà territorio esclusivo delle farfalle, libere di volare senza timore di essere predate da questi agili passeriformi. In lontananza un picchio rosso maggiore tamburella senza troppa convinzione la superficie di un vecchio cipresso.
Una lieve brezza accarezza il giardino e fa risuonare le foglie dei pioppi. Qualche polline ondeggia nell’aria in attesa di posarsi. Ora tutto si è acquietato. Non canta più nessuno. Solo qualche breve volo da un ramo all’altro. Ogni cosa riposa.
Quasi 40 °C: il sole d’agosto ha reso rovente ogni superficie. Perfino l’erba è calda. Tutto attende che la morsa si allenti, che l’aria torni respirabile. È una questione di ore. Bisogna solo aspettare, come fanno gli uccelli.
Terzo movimento: Scherzo
Il pomeriggio è trascorso. Un’altra giornata sta per volgere al termine. Le ombre nel giardino si sono fatte più lunghe e riempiono ampie zone vicino agli alberi e alla casa. Ed ecco che i flauti dei rigogoli ricominciano a suonare. E con quelli, il shuì-shuì-shuì del picchio muratore. È un canto che conosco bene, in cui mi sono impratichita. Così, provo a intavolare un dialogo. Il piccolo picchio azzurro dalla mascherina nera ha un bel caratterino e come il pettirosso non sopporta gli intrusi. E, infatti, dopo poco, arriva come una saetta sul ramo secco di un pioppo, proprio sopra di me. M’illudo che sia giunto incuriosito dal mio fischio e, nel dubbio, lascio perdere perché mi pare che questo insolito colloquio lo stia agitando.

Il picchio muratore, nella sua tipica posizione inarcata sul tronco di un albero.
In lontananza, su un altro posatoio, riconosco la sagoma di un gruccione. La mia App conferma che è proprio lui. È troppo distante perché lo possa scorgere e non mi rimane che immaginarlo nei suoi colori esotici che vanno dal turchese al nero, dal marrone al giallo. Poco dopo lo vedo volteggiare insieme a un altro gruccione emettendo il tipico prruìch prruìch prruìch. Mi do della stupida, ancora una volta ho lasciato il binocolo a casa. Ma poi penso che è meglio così, che l’immersione che sto vivendo tra i canti degli uccelli non sarebbe così intensa se a partecipare fossero anche gli occhi.

Una coppia di gruccioni.
Quarto movimento: Allegro moderato
Intanto avanza la sera. Il volo di un germano reale e il carr-carr-carr dell’airone cenerino mi ricordano che sono su una sorta di isola circondata dalle acque del Tajuña e, per un attimo, distolgo l’attenzione dagli uccelli e mi concentro sul suono della piccola cascata, a monte del giardino.

La piccola cascata formata dal rio Tajuña prima di dividersi nei due rami che, dopo aver lambito il giardino, si riuniscono in un solo alveo.
Dinnanzi al tramonto le colline intorno si sono fatte dorate e la terra di un colore rosso bruciato. In cielo è un viavai di voli ad accaparrarsi il ramo migliore per passare la notte. Un gruppo di colombacci conquista le cime rinsecchite di alcuni pioppi cipressini che si stagliano in fondo al giardino. Anche i rigogoli stanno tornando ai loro nidi nella parte più alta delle fronde. Sembra tutto compiuto, quando l’irrompere di un grande rapace, forse una poiana, porta lo scompiglio nell’orchestra ormai a riposo. È un fuggifuggi generale, chi scappa sui cipressi, chi sul grande pino marittimo. Qualche uccello lascia persino il giardino in cerca di un riparo sicuro. Poi il rapace, così come è arrivato, d’un lampo se ne va.
Torna la quiete, tornano gli abitanti di questo piccolo paradiso che ora vuole sprofondare nel silenzio. A poco a poco tutti gli strumenti tacciono. Ora giunge solo il respiro dell’orchestra addormentata.

I vecchi pioppi cipressini del giardino. La piccola oasi di verde attira decine di specie diverse di uccelli.
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