Questa è la storia di un’importante scoperta archeozoologica avvenuta lungo le rive del Po, dove è stato rinvenuto il cranio di un lupo vissuto nel Medioevo, un periodo storico non certo facile per questa specie che subì forti persecuzioni in tutta Europa.
I fiumi con le loro acque in costante movimento sono da sempre considerati tra i più abili e pazienti scultori del paesaggio. Durante le piene essi inondano, travolgono e trasportano via ogni genere di materiale, causando spesso ingenti danni all’agricoltura e alle infrastrutture. Una volta esaurita la loro energia, le acque tornano a ritirarsi lungo i loro consueti percorsi restituendo alla terra nuova fertilità e rivelando di tanto in tanto tesori inaspettati.
Nel settembre del 2016, il Paleontologo Davide Persico dell’Università di Parma durante una ricognizione lungo la barra alluvionale del Fiume Po denominata Boschi Marialuigia, ha rinvenuto un cranio di lupo privo di mandibola ma dall’aspetto antico.

Foto del ritrovamento del cranio di lupo sulla spiaggia Boschi Maria Luigia, presso Coltaro (PR), 2016. © Davide Persico
Il reperto, datato con tecniche radiometriche tra il 967 e il 1157 d.C., ha da subito attirato l’attenzione dei ricercatori che ne hanno confermando l’attribuzione alla specie Canis lupus con un primo studio nel 2019.
Oggi, il cranio è esposto nel Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR) ed è considerato uno dei reperti di lupo del Medioevo meglio conservati.
Nel nuovo articolo, firmato dalle Università Sapienza, Bologna e Parma e pubblicato sulla rivista Historical Biology, viene presentata la prima descrizione completa del cranio basata su un approccio multidisciplinare che ha rivelato tracce di un’antica variabilità genetica dei lupi oggi persa.

Confronto tra l’immagine fotografica del cranio (sinistra) e il modello 3D ottenuto tramite l’elaborazione di immagini tomografiche (destra). © Dawid A. Iurino
Il cranio, in ottimo stato di conservazione, offre la rara opportunità di studiare resti completi di un lupo medievale, periodo in cui la specie era oggetto di pesanti persecuzioni umane in tutta Europa. Contrariamente a quanto si possa immaginare, i resti osteologici completi di Canis lupus medievali sono estremamente rari, persino più di quelli fossili.
Tra i resti archeozoologici del Medioevo, la proporzione tra specie selvatiche e domestiche varia a seconda del contesto geografico e culturale, ma la presenza del lupo è sempre scarsa. Le ragioni di questa carenza sono da attribuire a molteplici fattori, per esempio alla difficoltà nel distinguere i reperti frammentari di lupo da quelli di cane, al fatto che i resti medievali di animali selvatici sono rappresentati principalmente da selvaggina (ungulati, lagomorfi e uccelli), mentre i lupi sono stati solitamente uccisi per la taglia, per difesa o per le loro pelli, circostanze che non hanno favorito l’accumulo e la conservazione delle ossa. La presenza del lupo durante il Medioevo è dunque testimoniata principalmente da denti e resti ossei frammentari, il che limita le nostre conoscenze sui fenomeni e le dinamiche che hanno influenzato l’evoluzione delle popolazioni passate di questa specie.
La completezza e l’ottima conservazione del cranio scoperto nel Po, hanno favorito l’acquisizione di un ampio numero di dati biometrici e morfologici, grazie anche all’elaborazione delle immagini tomografiche (TAC) che ha permesso di ottenere i modelli 3D sia dell’encefalo che dei seni frontali. Secondo i risultati, le caratteristiche dell’esemplare corrispondono a quelle di una femmina adulta di età compresa tra i 6-8 anni, con taglia e proporzioni che rientrano nella variabilità della sottospecie Canis lupus italicus esistente tutt’oggi nella nostra penisola. Inoltre, l’analisi delle TAC ha messo in evidenza tracce paleopatologiche riconducibili a una grave parodontite che ha causato la completa perdita del canino sinistro debilitando notevolmente l’animale. Sulla base dei dati disponibili non è possibile stabilire se la morte sia stata una diretta conseguenza della patologia.
La sorpresa più grande è però giunta dalle nuove analisi condotte presso il Laboratorio del DNA antico dell’Università di Bologna, dove i ricercatori hanno collocato l’esemplare del Po nell’aplogruppo 2 dei lupi, che a partire da 2.700-1.200 anni fa è stato in gran parte sostituito in Europa dal più recente aplogruppo 1, tranne che in Italia dove persiste solo l’aplogruppo 2.

Modello 3D del cranio e del suo contenuto, encefalo in azzurro e seni frontali in rosso. © Dawid A. Iurino
Le stesse analisi hanno inoltre dimostrato che la sequenza mitocondriale dell’esemplare studiato è molto simile a quella tipica greca, chiamata W15, da cui mostra solo una mutazione di differenza. Secondo gli studiosi, il nuovo dato genetico indicherebbe un’antica variabilità genetica della popolazione italiana di lupi oggi persa a causa dell’impatto negativo delle persecuzioni antropiche avvenute nel Medioevo.
Questo studio multidisciplinare dimostra come i reperti archeozoologici rappresentino una fonte essenziale di informazioni per comprendere le dinamiche, la diversità e la distribuzione dei lupi del passato. Ma ci ricorda anche quanto sia fondamentale segnalare alle autorità eventuali ritrovamenti di resti archeologici o paleontologici per garantirne la corretta gestione e valorizzazione.
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