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FOCOLAI DI ZOONOSI

Festival di Yulin e quei wet market che dopo la pandemia dovevano scomparire

In Oriente la tradizione di mangiare carne di cane è difficile da spazzare via

Festival di Yulin e quei wet market che dopo la pandemia dovevano scomparire
Wet market. © whiz-ka/CC BY 2.0

Ermanno Giudici Ermanno Giudici 24 Giu 2022

Sembrava che la pandemia avesse messo definitivamente la parola fine ai cosiddetti wet market, i mercati dove in Oriente vengono venduti animali vivi, macellati sul posto, senza nessuna garanzia sanitaria, ma con la certezza di sofferenze e maltrattamenti. Il Covid avrebbe dovuto spazzare via, per sempre, queste tradizioni incomprensibili per gli occidentali, considerando che in Cina le misure per contrastare l’emergenza sanitaria sono state e sono tuttora molto drastiche.

Invece, nonostante le promesse e le speranze delle associazioni che si occupano della tutela degli animali, piano piano i mercati hanno riaperto e quest’anno si terrà nuovamente anche il famigerato festival di Yulin, dove vengono macellati e serviti a un pubblico, sempre più ridotto ma ancora ben presente, migliaia di cani.

In Oriente la tradizione di mangiare carne di cane è difficile da spazzare via, anche se molte voci si stanno levando contro questa pratica, che in Occidente viene considerata barbara. Al di là della differenza sulle specie che finiscono nei piatti nelle diverse culture e in attesa che la tecnologia renda disponibile a costi contenuti la carne sintetica, quello che certamente non può lasciare indifferenti sono le condizioni in cui questi animali vengono tenuti e uccisi nei mercati. Senza alcun riguardo alle loro sofferenze, come se si trattasse di cose inanimate piuttosto che di esseri senzienti. Una forma di crudeltà dettata dall’indifferenza verso i patimenti degli animali, che in molte culture sono ancora privi delle tutele minime e della considerazione oramai ben radicata nella cultura occidentale.

Tradizioni e comportamenti che sono ancora molto diffusi nelle aree rurali, le più arretrate anche sotto il profilo culturale, dimostrando inequivocabilmente come la cultura, ma anche una certa tranquillità economica, consentano di riconoscere agli animali quei diritti che povertà e problemi alimentari gli negano.

wet market

Wet market. © Xiaolong Wong/unsplash.com

Un costante focolaio di virus

I wet market non rappresentano soltanto un luogo di maltrattamento per gli animali, ma anche un possibile focolaio di zoonosi che dagli animali possono passare all’uomo. Le condizioni igieniche e sanitarie sono infatti lontanissime dal poter garantire che, proprio da questi mercati, non si scatenino nuove epidemie, con gravi pericoli per la salute a livello planetario.

La promiscuità, accompagnata alla scarsa igiene e alla presenza di animali selvatici di cattura, macellati e venduti sul posto senza alcun preventivo controllo sanitario, rappresentano le condizioni ideali per la diffusione dei virus ed è per questo che l’Organizzazione Mondiale di Sanità aveva chiesto a gran voce che queste strutture venissero definitivamente chiuse e dichiarate illegali.

A sorpresa invece i mercati umidi hanno riaperto i battenti in molto paesi orientali, nonostante le assicurazioni che erano state fornite dai governi, e con loro hanno rivisto la luce della ribalta, e delle proteste internazionali, manifestazioni come il Festival di Yulin. A fronte delle strazianti immagini documentate anni addietro dalla squadra investigativa di Animal Equality in Cina, Vietnam e India, nel 2020 era stata lanciata una petizione internazionale per chiedere la chiusura dei mercati di animali vivi in tutto il mondo e per mettere fine al consumo di carne di cane e gatto. Che però non ha prodotto ancora i risultati sperati.

Solo di poche ore fa la notizia, rilanciata da Humane Society che “la polizia della città di Shaanxi, insieme agli attivisti che si battono per porvi fine, ha intercettato un camion di cani diretto al macello di Yulin, confiscando tutti i 386 cani a bordo. Il camion targato Yulin è stato avvistato sull’autostrada a circa 800 chilometri dalla città, carico di gabbie contenenti cani. Le immagini raccolte dagli attivisti e rilasciate dall’organizzazione internazionale per la protezione degli animali Humane Society International (HSI), mostrano l’intervento della polizia e scene angoscianti dei cani stipati in piccole gabbie metalliche nel caldo soffocante. Elogiando la polizia di Shaanxi per la pronta risposta, gli attivisti hanno sottolineato la necessità di un “approccio a tolleranza zero” da parte di tutte le Forze dell’ordine per porre fine al brutale commercio di carne di cane in Cina”.

Nonostante le numerose iniziative messe in atto in moltissimi Paesi occidentali, la situazione è in stallo, in un momento storico nel quali le pressioni politiche sulla Cina e sugli altri paesi orientali, a causa dell’invasione russa in Ucraina, sono rivolte più al mantenimento degli equilibri geopolitici che non a tematiche di altro genere. Lasciando scoperte aree di intervento non meno importanti, come le politiche per prevenire lo scoppio di nuove pandemie, in un pianeta che sembra sul punto di esplodere a causa dei conflitti e delle attività umane.

 

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