Piemonte, alta Valsesia: con la bici da corsa sto pedalando in discesa, da Alagna verso Varallo Sesia; l’auto davanti a me si arresta di colpo in mezzo alla strada: il conducente ha un unico scopo, chiacchierare con un amico che ha avvistato sul marciapiede. Tiro i freni più che posso e stacco in tempo le scarpette dai pedali. Affianco l’auto e segnalo che non mi sono schiantato solo per poco. L’automobilista, ancora fermo in mezzo alla strada, mi risponde serio: “Guarda che anche i ciclisti hanno dei doveri, non solo diritti”.
Lombardia, provincia di Pavia: sto percorrendo un stretta strada di campagna, quando d’improvviso sento strombazzare ripetutamente dietro di me. Controllo la mia posizione, sono a bordo strada, praticamente sul cordolo. Il furgone che continua a molestarmi con il clacson mi sorpassa stretto costringendomi a pedale qualche metro sul ciglio erboso. Poche centinaia di metri più avanti c’è un semaforo. Vedo lo stesso mezzo fermo, aumento la frequenza della pedalata fino a raggiungerlo. Chiedo spiegazioni di un simile atteggiamento, facendo notare che non intralciavo nessuno. L’uomo seduto a fianco del guidatore mi guarda torvo e mi dice: “Noi stiamo lavorando, non siamo mica in giro a perdere tempo…”. Tralascio gli insulti.
Ancora Lombardia, Milano: per molti mesi l’alzaia che fiancheggia il Naviglio Grande, uno dei principali percorsi ciclabili milanesi, è rimasta chiusa a causa di alcuni lavori di abbellimento. La strada è stata restituita ai ciclisti e ai pedoni, fra cui molti runner, in prossimità dell’inaugurazione di Expo 2015. Dopo pochi mesi si presenta totalmente abbandonata, in condizioni perfino peggiori di come era prima: alcuni tratti di cantiere non sono mai stati chiusi definitivamente e l’area a verde che sta a lato non è più soggetta a nessuna manutenzione, con il risultato che la vegetazione si sta “mangiando” una parte della pista stessa.
Lazio, Roma: un amico, nonché collega, di passaggio a Milano, si lamenta della situazione nella capitale. In pratica, mi spiega che è impossibile percorrere le piste ciclabili, a meno che siano protette da polizia locale o carabinieri. “Pedalare nel traffico di Roma è troppo rischioso” mi ripete più volte. Al che decido di prestargli una delle due mie bici e andiamo in centro. Si arrende all’evidenza solo quando cominciamo a percorrere quella pseudo pista ciclabile che costeggia via Molino delle Armi, via Santa Sofia, via Francesco Sforza, che un tempo era la cerchia interna dei navigli. La corsia riservata alle biciclette è invasa da scooter e auto in sosta. “Hai ragione, tu” mi dice fra uno slalom e l’altro “gli italiani odiano i ciclisti”.
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