Fin dalla preistoria, il fuoco ha avuto un significato simbolico e rituale, legato al passaggio nell’aldilà. Una ricerca dell’Università di Trento mostra che già nel Neolitico Antico il fuoco veniva impiegato nei rituali funerari come strumento di trasformazione dei resti umani, anticipando le pratiche di cremazione note in epoche successive.
Rispetto agli studi precedenti, il principale elemento di novità risiede nell’approccio adottato dal team di ricerca, caratterizzato da una prospettiva internazionale e multidisciplinare.
Il primo autore è Omar Larentis, assegnista di ricerca del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, sostenuto nel suo lavoro anche da Fondazione Caritro. La coordinatrice scientifica è Annaluisa Pedrotti, docente di Preistoria e Protostoria nello stesso Dipartimento e responsabile del Laboratorio Bagolini di Archeologia, Archeometria e Fotografia del Dipartimento di Lettere e Filosofia di UniTrento.
Spiega Larentis: «Chi ci ha preceduto, nel valutare la presenza di ossa umane bruciate, tendeva a interpretarle come evidenze di cremazione, di veri e propri rituali crematori. In realtà, questa definizione non è del tutto corretta. A nostro avviso, la cremazione può essere definita tale solo quando si tratta di un rituale pianificato, condiviso e codificato all’interno di una comunità, il cui obiettivo è la combustione dei tessuti molli del corpo attraverso l’uso del fuoco».
Riti che l’antropologo e il gruppo di ricerca hanno ricostruito attraverso un’analisi accurata: «Abbiamo spostato lo sguardo indietro di qualche millennio rispetto all’epoca in cui si può effettivamente parlare di cremazione, interpretando le tracce osservate non come testimonianza di un vero e proprio rito crematorio, ma come espressione dell’utilizzo del fuoco quale elemento di trasformazione dei resti umani».

A sinistra: mappa di distribuzione dei siti neolitici italiani in cui sono stati rinvenuti resti ossei umani con tracce di trasformazione indotta dal fuoco: 1 – Lugo di Grezzana (VR); 2 – Nave (BS); 3 – Le Mose (PC); 4 – Ponte Ghiara (PR); 5 – Gaione-Catena (PR); 6 – Lugo di Romagna (RA); 7 – Portonovo (AN); 8 – Grotta Continenza (AQ); 9 – Casale del Dolce (FR); 10 – Passo di Corvo (FG); 11 – Masseria Candelaro (FG); 12 – Le Macchie (BA); 13 – Balsignano (BA); 14 – Rendina (PZ); 15 – Grotta Pavovella (CS).
I contesti databili prima del 5400 a.C. sono evidenziati in rosso, quelli attorno al 5400 a.C. in arancione, e quelli successivi al 5400 a.C. in giallo.
A destra: rappresentazione grafica della diffusione dell’uso del fuoco come elemento trasformativo dei resti umani, che illustra il progressivo espandersi di questa pratica dalla Puglia verso la Pianura Padana. © UniTrento
In Puglia l’origine dei riti funebri col fuoco
La ricerca si è concentrata inizialmente sul sito archeologico di Lugo di Grezzana (Verona) e successivamente si è estesa ad altre aree. «Questa pratica ha origine in Puglia nel VI millennio a.C., per poi diffondersi nell’Italia centrale e arrivare, durante il Neolitico antico dell’Italia settentrionale, nella pianura padana» illustrano Larentis e Pedrotti.
«Quello che noi abbiamo evidenziato è l’inizio di quel sentire che porta a essere il fuoco uno degli elementi che viene utilizzato nella nostra penisola quale trasformatore dei resti umani attraverso una ritualità che diviene a mano a mano sempre più ricca, più variegata, più complessa. Un rituale che, con altre forme e variabili, ancora oggi perdura» conclude Larentis.
Lo studio,“Transformed by fire: a ritual practice dating back to the Early Neolithic in Italy. Interdisciplinary analysis of burnt bone remains in Lugo di Grezzana (Veneto), 5000-4850 cal BCE” è stato pubblicato sulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences.
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