Da oggi sarà possibile monitorare il rischio di maremoto lungo le nostre coste grazie alla piattaforma web del Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV. Online dal 4 maggio scorso, il sito web ufficiale del CAT servirà a sensibilizzare il grande pubblico su questi eventi così rari nel Mediterraneo – ma non per questo impossibili – e soprattutto a fornire strumenti che consentano di ridurre l’impatto in caso di accadimento.
Il CAT è uno dei tre elementi che compongono il Sistema di Allertamento Nazionale per i Maremoti di origine sismica (SiAM), insieme al Dipartimento della Protezione Civile nazionale e all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).
Come funziona il CAT
Il Centro Allerta Tsunami dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (CAT-INGV) è stato creato con lo scopo di contribuire alla mitigazione del rischio dovuto agli tsunami, indotti dai terremoti, che possono abbattersi sulle coste italiane e del Mediterraneo.
I compiti principali del CAT-INGV sono due:
- l’allertamento rapido in caso di sismi in grado di provocare onde di maremoto;
- gli studi necessari a definire su base probabilistica la pericolosità da tsunami per le coste italiane, a partire da quelli di origine sismica.
L’allertamento rapido si basa su un principio molto semplice: le onde sismiche viaggiano nella crosta con una velocità molto più alta di quella delle onde di tsunami. Il monitoraggio degli eventi sismici che avvengono in mare o in aree della terraferma vicine al mare consente di registrare e analizzare le onde sismiche, valutando in tempo reale se un terremoto con epicentro in mare o nelle immediate vicinanze della costa può generare uno tsunami.
Le attività di monitoraggio del Centro Allerta Tsunami dell’INGV (CAT-INGV) sono svolte da un gruppo di ricercatori, tecnologi e tecnici di diverse discipline (sismologia, fisica, informatica) che opera 24 ore su 24, registrando e analizzando i dati sismici che arrivano, ed effettuando anche il monitoraggio del livello del mare.
Nel caso in cui venga registrato un evento sismico in grado di generare uno tsunami, il CAT-INGV attiva le procedure di allertamento del Sistema Nazionale di Protezione Civile e comunica l’allerta agli altri Stati membri. Il Dipartimento della Protezione Civile ha il compito di diffondere i messaggi d’allerta del CAT-INGV ai soggetti interessati (Regioni, Comuni, ecc.) in modo da raggiungere la popolazione potenzialmente interessata nel minor tempo possibile.
Cosa sono gli tsunami e come si formano?

Un evento sismico del 2018 alle Hawaii rilevato dalla rete sismica globale utilizzata da Early-Est per localizzare i terremoti e calcolare la magnitudo. © INGV
Lo spostamento sottomarino improvviso di grandi masse di roccia o di sedimenti può trasmettersi alla colonna d’acqua sovrastante. Questo movimento si traduce in superficie nella formazione di un’onda: lo tsunami.
I terremoti costituiscono la causa più frequente di formazione di onde di maremoto; quando l’energia liberata dai sismi è sufficientemente grande, si può avere una deformazione del fondale marino che, se avviene in verticale, trasmette il movimento alla massa d’acqua sovrastante generando un’onda di superficie con un’energia cinetica molto grande, che può essere conservata per migliaia di chilometri. Gli tsunami possono viaggiare in mare aperto anche a 700 km/h, passando inosservate a causa della loro scarsa altezza, e avvicinandosi alla costa riducono la propria velocità aumentando la propria altezza e creando fronti d’onda che possono raggiungere anche alcune decine di metri.
Le onde di tsunami, dunque, possono abbattersi con eccezionale violenza anche su coste lontanissime dal punto di origine del terremoto. È questo il caso di Sumatra, nel 2004, il cui tsunami associato al terremoto ha provocato oltre 300 vittime in Somalia e altre in Kenya, Tanzania e Sudafrica: migliaia di km dall’epicentro del sisma.
Anche nel Mediterraneo si sono registrate recentemente degli episodi di maremoto legati ai terremoti. Il 21 maggio 2003, il terremoto di Boumerdes/Zemmouri, in Algeria, di magnitudo 6.8 è stato generato da una faglia crostale inversa che ha innescato uno tsunami, le cui onde si sono propagate in tutto il Mediterraneo occidentale, causando notevoli danni materiali nei porti delle isole Baleari, in Spagna.
Più recentemente, il terremoto di Bodrum/Kos (al confine tra Turchia e Grecia), avvenuto il 20 luglio 2017 con magnitudo 6.6, è stato generato da una faglia crostale normale e ha provocato un’ondata di maremoto.
In Italia è sufficiente ricordare il terremoto dello Stretto di Messina, del 1908, i cui tsunami, probabilmente indotti da una frana sottomarina, distrussero gran parte degli edifici rimasti ancora in piedi dopo la scossa.
Tsunami: una previsione difficile
Non sempre un terremoto il cui epicentro avviene in mare o nei pressi della linea di costa è in grado di generare tsunami. È dunque praticamente impossibile sapere con esattezza e in tempi utili, l’entità dello spostamento verticale di una faglia e il volume di acqua spostato. Per questa ragione, l’interpretazione dei dati sismici e le valutazioni sugli eventuali tsunami associati sono estremamente difficili, anche in virtù dei rapidi tempi richiesti dai sistemi di protezione civile.
Nonostante i grandi passi avanti della scienza e della tecnologia in tema di sismologia e monitoraggio, esistono ancora dei margini di errore nelle valutazioni probabilistiche di tempi, intensità e localizzazione degli impatti, incertezze che possono dare luogo a falsi allarmi o a una sottovalutazione dei fenomeni attesi.
L’impatto sulla costa di un’onda di maremoto, per esempio, non dipende solo dalla magnitudo e della profondità del terremoto, ma anche dalle caratteristiche geografiche e geologiche di fondali e coste che potrebbero amplificare o inibire gli effetti di sito. Un terremoto potrebbe, per esempio, provocare frane sottomarine che andrebbero ad amplificare le caratteristiche dello tsunami, oppure l’impatto su un’insenatura stretta e lunga è ben diverso rispetto a quello che si registrerebbe su una costa ampia e rettilinea. Per tutte queste ragioni è fondamentale continuare a investire nella ricerca scientifica e nella formazione del personale che monitora costantemente i movimenti della crosta terrestre e la risposta dei nostri mari.
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