Si è svolto a Roma il primo Convegno nazionale “Il recupero della fauna selvatica”, organizzato da Lipu e WWF Italia.
Il ruolo dei CRAS (Centri di recupero degli animali selvatici) è strategico: non solo cura e riabilitazione della fauna selvatica, attività cruciale per la biodiversità e per specie minacciate come i rapaci; questi centri sono anche presidi sanitari per il monitoraggio e l’individuazione di patologie zoonotiche come l’influenza aviaria, nonché punti di riferimento per le forze di polizia e la magistratura nelle attività di contrasto ai reati in danno degli animali. I centri, infatti, accolgono ogni anno centinaia di animali sequestrati: attualmente sono circa 3.000 ospitati in queste strutture.
Infine, i CRAS svolgono attività di informazione e sensibilizzazione nei confronti dei cittadini.

Momenti del Convegno nazionale “Il recupero della fauna selvatica”, organizzato da Lipu e WWF Italia.
Le carenze strutturali
Nonostante la loro importante funzione i CRAS italiani soffrono di carenze strutturali: in primis le scarse risorse economiche, ma anche standard disomogenei determinati da una normativa carente e frammentata.
«Un sistema che, pur svolgendo funzioni pubbliche cruciali ed essendo un punto di riferimento per i cittadini, vive una condizione di fragilità strutturale e di scarso riconoscimento istituzionale. Il rischio evidente è che la rete dei Centri di Recupero della Fauna Selvatica non riesca più a sostenere il carico crescente di responsabilità e lavoro, con conseguenze rilevanti non solo per gli animali, gli operatori e la salute pubblica, ma anche per le amministrazioni nazionali, regionali e locali» sottolineano Lipu e WWF, le principali associazioni che in Italia gestiscono i CRAS.

Momenti del Convegno nazionale “Il recupero della fauna selvatica”, organizzato da Lipu e WWF Italia.
Gli animali “ospiti” dei CRAS
Tra le specie più frequentemente accolte nei Centri ci sono rondoni e ricci, mentre tra le cause di ricovero vi sono in primis i traumi da impatto dell’avifauna su ostacoli antropici, l’uscita prematura da nidi o tane ma, nei mesi di attività venatoria (da settembre a tutto gennaio) anche le ferite da arma da fuoco, atti di bracconaggio e gli effetti del saturnismo, l’intossicazione da piombo che colpisce gli uccelli che ingeriscono i pallini diffusi nell’ambiente, sia in modo diretto che indiretto, come nel caso dei rapaci che predano animali bersaglio dei cacciatori.
Le proposte emerse dal convegno
L’evento ha fatto registrare una grande partecipazione: quasi 200 persone tra istituzioni, centri di recupero (oltre 40 quelli presenti) e associazioni. In Italia sono circa 100 i centri, gestiti principalmente da associazioni del Terzo settore, piccoli gruppi di volontariato locali ed Enti pubblici.
Il messaggio finale del convegno è stato: «C’è bisogno di un sistema coerente, omogeneo per il sistema dei Centri di Recupero della Fauna Selvatica in Italia». Tra le proposte emerse dalla tavola rotonda finale, l’istituzione di un numero telefonico unico a livello nazionale per il soccorso della fauna.
Al convegno, che ha ottenuto il patrocinio dei ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, di Ispra, FNOVI e SIEF, erano presenti esponenti di queste istituzioni, oltre a ministero della Salute, ai Carabinieri forestali, alle Università, centri di ricerca, amministrazioni regionali (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Lazio, Toscana), Istituti Zooprofilattici, ASL, aree protette, veterinari, associazioni ambientaliste (sono intervenuti il Presidente WWF Luciano Di Tizio e il Presidente della Lipu, Alessandro Polinori).
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