L’amianto è un rifiuto dannoso per la salute e l’ambiente, perché l’esposizione alle sue fibre è associata a malattie dell’apparato respiratorio, come l’asbestosi e il carcinoma polmonare, e delle membrane sierose.
Un gruppo di ricercatori multidisciplinare di Milano-Bicocca ha mostrato che questo rifiuto pericoloso, opportunamente trasformato, può avere una seconda vita sostenibile in una nuova filiera produttiva.
A rivelare questa opportunità è lo studio condotto sull’amianto da Lorenzo Squitieri, dottorando industriale dello spin-off Graftonica e nel gruppo di ricerca guidato da Roberto Simonutti (docente di Chimica Industriale presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali).
I ricercatori, coordinati da Michele Mauri, ricercatore presso lo stesso Dipartimento, hanno dimostrato come l’amianto, materiale storicamente problematico, possa essere riutilizzato come componente utile alla produzione di bioplastiche più facilmente degradabili.

Integrazione delle polveri disattivate (a,b) in pellets di PLA commerciali, ottenendo i pellet colorati visibili sulla destra. © Università Milano-Bicocca
Bioplastica per stampa 3D
Grazie a trattamenti termici sviluppati dal gruppo di Giancarlo Capitani (docente di Mineralogia del Dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra), l’amianto può essere trasformato in una polvere minerale sicura. Per rendere il processo totalmente circolare ed economicamente sostenibile, questa polvere è stata poi riutilizzata come carica, ovvero miscelata con il polilattico (PLA), una bioplastica molto diffusa nell’industria e nella stampa 3D.
Lo studio ha analizzato due tipologie di materiali resi non nocivi, denominate “rosso” e “verde”, ottenute attraverso processi differenti. Questi materiali sono stati integrati nel PLA, grazie all’esperienza di Graftonica nelle tecniche di lavorazione della plastica e utilizzati per stampa 3D.
I risultati hanno mostrato che il materiale “rosso” può essere inserito nella bioplastica fino al 20% in peso, mantenendo caratteristiche meccaniche comparabili a quelle del materiale di riferimento, o incrementando leggermente la rigidità.
Il materiale “verde”, invece, è in grado di spezzare le molecole di PLA con la breve applicazione di una temperatura attorno ai 200 °C. Sebbene questa variante riduca leggermente la resistenza meccanica dei compositi, permette la progettazione di bioplastiche che, a fine vita, possano essere degradate, contribuendo a un ciclo di vita più sostenibile e controllato.
«Questa ricerca mostra in modo concreto come il trattamento di rifiuti pericolosi non è solo una necessità ambientale ma anche un’opportunità per sviluppare materiali più responsabili e sostenibili» ha detto Lorenzo Squitieri, primo autore dello studio.
La ricerca dal titolo “Upcycling detoxified asbestos cement as depolymerization regulating filler in polylactic acid (PLA) composites” è stata pubblicata sulla rivista Discover materials.
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