Ci sono storie di mare così suggestive che viene voglia, come per le fiabe più belle, di raccontarle e raccontarle millanta volte soprattutto perché finisce bene e i subacquei sono gli eroici salvatori della leggiadra specie protagonista.
Al contrario delle fiabe non comincia con “c’era una volta…”, ma con una chiamata giunta nel gennaio del 2022. Al telefono una cara amica, Cristina Freghieri, una provetta subacquea appassionata di mare che esplora dalla superficie a oltre 100 metri di profondità godendosi ogni istante delle sue immersioni, che dal cellulare mi chiede: «Caro Angelo, durante l’ultima immersione sulla petroliera Haven abbiamo avvistato un corallo nero strappato da dove era cresciuto e che è caduto sul fondo dove è destinato a morire. Cosa potremmo fare?».
Memore di alcuni esperimenti fatti in tempi lontani le ho risposto: «Trapiantalo!».
A questa prima telefonata ne sono seguite altre attorno al modo migliore di intervenire seguite da un periodo di silenzio interrotto da una nuova telefonata di Cristina che, entusiasta e felice, mi annunciava che il trapianto era avvenuto e che il corallo nero era stato messo in sicurezza.
Per chi fosse interessato il corallo nero in questione era una colonia di Anthipatella subpinnata, un antipatario presente dal Mediterraneo all’Atlantico che rientra tra le specie protette e incluse nella lista C.I.T.E.S. e nella lista rossa dei coralli italiani. La specie cresce su substrati duri tra 50 e 600 m di profondità e in condizioni ottimali forma colonie che possono raggiungere 1,5 m di altezza e originare vere e proprie foreste che, per il loro colore candido, sembrano cespugli ricoperti di neve.
La storia dell’antipatella, però, non finisce qui e prima del rituale “e vivrà felice e contenta” c’è un altro capitolo.
Per quanto riuscito il trapianto non si poteva considerare definitivo e allora Cristina e Andrea, suo partner nell’impresa, decisero di coinvolgere Massimiliano Falleri, responsabile divisione Sub Marevivo.
Dopo aver visto le foto del corallo nero, Massimiliano decise di intervenire con la sua équipe. Dopo una ricognizione esplorativa per individuare il punto migliore dove trasferire definitivamente il corallo nero, tutto il gruppo si immerse a 55 metri di profondità con l’occorrente per rimettere a posto le cose e riconsegnare al suo ambiente e alla vita la preziosa colonia di antipatella. Muniti di spazzole, resine adesive e staffe di sostegno, i subacquei si misero all’opera per preparare un substrato adatto al quale fissare il corallo e il telaio di metallo che avrebbe sostenuto il corallo fino a quando la resina non avesse fatto presa.
L’ultima immagine, come tutte le altre messa gentilmente a disposizione da Cristina Freghieri, dimostra come questa operazione di salvataggio si possa considerare riuscita. Tutta la storia è un bell’esempio di come l’uomo non sappia solo distruggere e un invito implicito a non alterare e proteggere questi organismi e le loro foreste; chi si immerge in acque profonde ha un dovere ancora maggiore di rispettare un ambiente così delicato dove, più che mai, le immersioni devono essere condotte con rispetto e in punta di pinne.
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