Sembra così lontano il tempo in cui, in tutto il mondo, non esisteva la corrente elettrica e per illuminare si usavano lampade alimentate con il grasso di balena. Fu per questo motivo che, nonostante il suo odore sgradevole, questo strano combustibile ottenuto con il grasso dei capodogli e delle balene franche in particolare innescò una spietata caccia ai cetacei in tutto il mondo, che trovò la sua icona letteraria nel celebre Moby Dick di Herman Melville.
Nel corso del XVIII e XIX secolo le baleniere provenienti dall’Europa e dal Nord America si diffusero in tutti i mari, sfruttando nuovi “territori” e nuove specie. I velieri si avvicinavano ai capodogli e alle balene che venivano poi inseguiti con scialuppe a remi e colpiti con arpioni lanciati a mano, un’azione che poteva durare molte ore. Le balene e i capodogli uccisi venivano issati sulle baleniere e lì lavorati per ottenere il prezioso olio che veniva raccolto nei barili e stoccato nelle stive.
La strategia difensiva delle balene
Qualcuno recentemente ha voluto indagare il comportamento dei capodogli, i principali bersagli delle baleniere in quel tempo.
Un team di ricercatori americani e inglesi ha, infatti, cercato di capire se il capodoglio (Physeter macrocephalus), vittima di questi attacchi sconsiderati, rispondesse o meno con una strategia difensiva.
Lo studio pubblicato nel 2021 su Biology Letters è molto interessante e ci offre la possibilità di comprendere se l’apprendimento sociale può modificare il comportamento di intere popolazioni.
Nel contesto di questa interazione predatore-preda, che è stata particolarmente significativa per i risvolti economici ed ecologici, i ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che i capodogli apprendessero rapidamente efficaci misure difensive l’uno dall’altro quando si trovavano di fronte a questo nuovo predatore: il baleniere sulla scialuppa.
In natura, i capodogli non hanno molti nemici, tranne l’Orca (Orcinus orca) dalla quale questi grandi cetacei hanno imparato a difendersi sviluppando nel corso del tempo una strategia difensiva di gruppo.

L’analisi dei resoconti e dei diari di bordo
Per analizzare le dinamiche evolutive comportamentali dei capodogli sono stati analizzati i diari di bordo e i resoconti di caccia dei balenieri per un totale di ben 77.749 giorni di viaggio e ben 2405 resoconti di avvistamenti e battute di caccia.
L’analisi dei resoconti e dei diari di bordo di molte baleniere ha permesso al team di studiosi, coordinati dal biologo Whitehead, di verificare che all’avvicinamento dei balenieri i capodogli usavano una strategia adottata con le orche, ovvero, nuotando in superficie, si avvicinavano alle scialuppe muovendosi in gruppo con le fauci aperte.
Tale comportamento, però, favoriva l’uccisione con gli arpioni. Ecco perché nel breve volgere di soli due anni (come emerge nello studio) i capodogli cominciarono a usare una nuova tattica.
I balenieri stessi descrissero nei resoconti che i grandi cetacei modificarono alcuni comportamenti. Comunicavano all’interno del gruppo sociale la presenza del pericolo, quindi si attivavano in fughe di gruppo, immergendosi in profondità, spostandosi sempre più verso le calotte polari o lontano dalla terraferma e, in alcuni casi, attaccando i balenieri che si avvicinavano su piccole e fragili scialuppe a remi. Tutte strategie che, però, non servirono ad evitare lo sterminio.
Per la fortuna dei cetacei, l’uomo scoprì l’uso del cherosene, più economico e performante dell’olio di balena.
Purtroppo questi giganti del mare, sebbene protetti, si devono ancora guardare dalla caccia da parte dell’uomo, che grazie ai sonar e ad armi sempre più sofisticate, è sempre più efficace, vanificando qualsiasi strategia difensiva da parte dei cetacei. Così, non resta che sperare nell’uomo cosciente. Il futuro delle balene dipende da noi!
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