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I SUOI ALLENAMENTI CON MIO PAPÀ

In ricordo di Ambrogio Fogar: le sue avventure

In ricordo di Ambrogio Fogar: le sue avventure
© Rino Petrosino/General public domain

Kyt Lyn Walken Kyt Lyn Walken 6 Nov 2020

Il tema di questo articolo mi tocca da molto vicino: Ambrogio Fogar.

Negli anni Ottanta, infatti, mio padre era un grande appassionato di atletica leggera. Le sue sessioni di allenamento si svolgevano presso il Centro Sportivo Giuriati, in zona Città Studi a Milano.

Anche Ambrogio Fogar si allenava lì in vista delle sue spedizioni. Con mio papà condivideva chiaccherate, impressioni e confronti sull’Africa, dove anche mio padre era stato più volte, fuori dai circuiti turistici.

Ho un nitido ricordo di un uomo gentile, con folti baffi e gli occhi sempre lucidi e amichevoli.

La tragedia in Turkmenistan

Nel 1992, un terrificante incidente automobilistico avvenuto durante il raid Parigi-Mosca-Pechino lo costrinse ad un’unica, eterna posizione; tuttavia quello sguardo fiero, avventuroso e gentile rimase sempre.

Ambrogio Fogar è stato un vero e proprio conquistatore e esploratore di quegli anni.

Un capace e coinvolgente intrattenitore

Alcuni forse ricorderanno il suo programma televisivo Jonathan- Dimensione Avventura, in onda su Canale 5 dal 1984 e poi su Italia 1 fino al 1991.

Fogar aveva tutte le carte in regola per sfondare nella televisione, e ci riuscì: sapeva coinvolgere senza risultare noioso, e sapeva ammaliare senza suscitare invidia. Sapeva innescare la volontà di conoscere più a fondo la Natura, di sentirsi parte dei suoi viaggi e delle sue imprese.

Una vita costellata di imprese

Fra queste, scalate sulle Alpi, voli acrobatici, numerose regate in Mediterraneo, una translatalantica e un giro del mondo in solitario, svariati mesi trascorsi in Alaska, Groenlandia, Himalaya per poter successivamente conquistare a piedi il Polo Nord in compagnia di Armaduk, il suo fidato Siberian Husky.

I suoi erano obiettivi, tappe, sogni che si realizzarono grazie alla tenacia, alla preparazione, prima mentale e poi fisica, al training intensivo e, soprattutto, a quella capacità di non soccombere di fronte gli imprevisti. O persino alle sciagure.

Il Surprise, il naufragio e la morte di Mancini

È il 1977. Ambrogio Fogar, in compagnia dell’amico e giornalista di viaggio Mauro Mancini, è a bordo del “Surprise” quando un branco di orche o balene, in prossimità delle Falkland, urta l’imbarcazione e la fa affondare in pochi minuti.

I due compagni riescono a trarsi in salvo grazie a una zattera di salvataggio autogonfiabile con quelle che non si possono certamente definire delle verie e proprie scorte: zucchero e pancetta.

Riescono tuttavia a nutrirsi di pesci e uccelli per 74 giorni, finchè un mercantile greco li avvista garantendo loro la salvezza.

Hanno perso 40 chili ciascuno. Mancini non sopravvive e muore di lì a poco di polmonite.

Il diario di quella straziante vicenda è tutto racchiuso nel toccante libro che Fogar scrisse l’anno successivo “La zattera”, (Rizzoli, 1978).

Un resoconto capace di far riflettere, arrabbiare, indignare e commuovere insieme. Insomma, quello che solitamente un buon manoscritto riesce a fare, restituendo una immagine veritiera dei fatti e delle persone coinvolte.

Ambrogio Fogar morirà all’età di 64 anni, nell’estate del 2005.

 

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