Sai, per me una montagna è come un Budda. Pensa alla pazienza, centinaia di migliaia di anni a star lì sedute nel più perfetto perfettissimo silenzio come se pregassero per tutti gli esseri viventi in quel silenzio e semplicemente aspettassero la fine di tutto il nostro agitarci e dimenarci.
Kerouac, I vagabondi del Dharma
Almeno una volta nella vita tutti noi, si spera, abbiamo assaporato la gioia e la fatica di raggiungere la vetta di una montagna. È anche probabile che tanti di noi, ognuno a modo suo, abbiano avuto le proprie riflessioni, momenti illuminanti che li accompagneranno per tutta la vita; certamente la realtà vista dalla vetta di una montagna è del tutto diversa, i problemi banali e quotidiani – che spesso sono quelli per cui perdiamo più tempo – risultano minuscoli, come altrettanto insignificante sembra un certo operato dell’uomo. Semplicemente dalla cima di un monte si cambia prospettiva ed è una delle attività più sane che si possa consigliare per la nostra mente: osservare le cose da angolazioni differenti e la montagna ci offre esattamente questo, oltre naturalmente ad apprezzarne il paesaggio e il panorama.
Ma quando affrontiamo un’escursione nei boschi o una camminata in vetta dobbiamo sempre ricordarci di prepararci, non solo materialmente, ma anche spiritualmente, dal momento che solo se ben predisposti ad ascoltare riusciremo a tornare a casa diversi da come eravamo partiti.
Fatta questa premessa risultano forse più evidenti le riflessioni di un personaggio del romanzo di Kerouac: le montagne sono come l’essenza arcana della pazienza, creature primordiali, testimoni dell’evoluzione della Terra stessa che rimangono imperturbabili, in un perfettissimo silenzio. Certo, se solo potessero parlare in modo chiaro per tutti suonerebbe all’unisono un grido di dolore e di emergenza visto lo stato attuale delle nostre montagne, che non sono purtroppo immuni dalla globalizzazione o dal turismo di massa.
Risulta davvero molto utile però il pensiero che riporta lo scrittore americano per quanto riguarda la preghiera delle montagne; come sempre la Natura fino alla fine è generosa per i figli che la conoscono e la proteggono. Nella sua accoglienza e nel suo silenzio la montagna prega per il genere umano, come se ogni vetta fosse un monastero di monache o monaci di clausura disposti a dare la vita per una preghiera universale. Ebbene anche la montagna prega, per tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, con un occhio di riguardo però alla creatura che si sta disperdendo, l’uomo, in attesa che egli possa un giorno cessare di dimenarsi e agitarsi inutilmente; un giorno cesserà questa fretta così diffusa, come un silenzioso virus di cui però nessuno ha interesse a parlare, questa fretta che priva di significato ogni cosa. Deve cessare, i segni sono già evidenti e per chi ancora fosse scettico, è sufficiente vincere la pigrizia, salire su una montagna e gustare con tutti i sensi possibili ciò che la vetta ci riserva, incessantemente e pazientemente sin dalla notte dei tempi: la contemplazione della vita.
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