L’oceano non riconosce i trattati internazionali. Mentre i modelli climatici proiettano un innalzamento medio globale del livello del mare compreso tra 0,4 e 1 metro entro la fine del secolo — con dinamiche locali ancora più severe nel Pacifico tropicale —, una minaccia di natura del tutto inedita si proietta sul diritto internazionale: l’estinzione fisica dei territori statali.
Nazioni come Tuvalu, Kiribati, le Isole Marshall o l’arcipelago delle Maldive sono composte da atolli corallini con un’altitudine media che raramente supera i due o tre metri sul livello del mare. Secondo i dati del NASA Sea Level Change Team, a Tuvalu l’oceano si sta sollevando a una velocità 1,5 volte superiore alla media globale. Entro il 2050, oltre la metà dell’atollo capitale di Funafuti potrebbe essere regolarmente sommersa dalle maree.
Ma cosa accade quando la superficie geografica di una nazione scompare sotto la linea di galleggiamento? Una nazione può continuare a esistere senza una sola zolla di terra? E il suo popolo, anche giuridicamente parlando, che fine fa?
Il cortocircuito della Convenzione di Montevideo
Per comprendere il dilemma, occorre risalire alle fondamenta della dottrina giuridica moderna. La Convenzione di Montevideo sui Diritti e i Doveri degli Stati del 1933 definisce lo Stato sulla base di quattro requisiti storici:
- una popolazione permanente;
- un territorio definito;
- un governo;
- la capacità di stringere relazioni con altri Stati.
Se un atollo viene completamente sommerso o reso inabitabile dalla salinizzazione delle falde acquifere, il secondo criterio crolla, portando inevitabilmente con sé il primo. In passato, la perdita di territorio significava l’estinzione dello Stato per annessione o dissoluzione. Oggi, tuttavia, la diplomazia internazionale rifiuta questa conclusione automatica.
Nelle raccomandazioni della International Law Association (ILA) e negli sviluppi del gruppo di studio della Commissione del Diritto Internazionale delle Nazioni Unite (ILC), si va affermando il principio della presunzione forte di continuità dello Stato. In termini pratici, l’Assemblea Generale dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sostengono che, una volta riconosciuto un membro della comunità internazionale, la sua personalità giuridica e il suo diritto di voto all’ONU non decadano con la scomparsa fisica del suolo. Lo Stato sopravvive come entità sovrana sovraterritoriale.
La battaglia scientifica e legale per le ZEE
Se lo Stato continua a esistere “sulla carta”, chi controlla il suo mare?
E la domanda non è teorica, ma di grande rilevanza economica. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) garantisce a ciascuna nazione costiera una Zona Economica Esclusiva (ZEE) fino a 200 miglia nautiche dalla propria linea di base. Nazioni piccolissime sulla terraferma sono in realtà giganti oceanici: Tuvalu, ad esempio, possiede una superficie emersa di soli 26 , ma controlla oltre 750.000 di oceano, ricchissimo di risorse alieutiche (pesca del tonno) e potenziali minerari sottomarini.
Secondo l’interpretazione classica dell’UNCLOS, se la costa arretra o scompare, le linee di base arretrano di conseguenza, azzerando la ZEE. Per contrastare questa catastrofe economica, il Pacific Islands Forum ha adottato una posizione di rottura: il congelamento permanente delle linee di base marittime. Una volta coordinate e registrate presso l’ONU, le ZEE rimarranno valide a tempo indeterminato, indipendentemente dai cambiamenti geofisici della costa. Ciò garantisce che le rendite sulle licenze di pesca e sui diritti minerari continuino a finanziare il governo in esilio o la comunità diasporica.
Profughi climatici o migranti con dignità? Il laboratorio Falepili
Sul piano umano, la domanda più dolorosa riguarda la popolazione. Attualmente, il diritto internazionale soffre di un vuoto normativo: la Convenzione di Ginevra del 1951 sui Rifugiati non contempla il degrado ambientale né il cambiamento climatico tra i motivi di persecuzione che danno diritto allo status di rifugiato.
Per evitare l’umiliazione dell’apolidia, gli Stati vulnerabili preferiscono parlare di “mobilità climatica con dignità”(climate mobility with dignity).
In questo contesto, il Trattato di Unione Falepili (Falepili Union Treaty), firmato nel novembre 2023 tra Australia e Tuvalu ed entrato ufficialmente in vigore nel 2024, rappresenta il primo accordo bilaterale di mobilità climatica al mondo.
L’accordo prevede:
- Mobilità garantita: L’Australia concede ogni anno un percorso d’ingresso speciale a 280 cittadini di Tuvalu (circa il 2,5% della popolazione totale annua), garantendo pieni diritti di residenza, lavoro, studio e accesso al sistema sanitario sociale.
- Riconoscimento della Sovranità: L’Australia riconosce espressamente la continuità dello Stato e della sovranità di Tuvalu, anche qualora il suo territorio fisico venga del tutto sommerso.
- Sicurezza reciproca: In cambio, Tuvalu stabilisce un partenariato di sicurezza strategica con Canberra.
Il “Cloud State”: Tuvalu e la sovranità nel Metaverso
Se la popolazione si disperde e il terreno sprofonda, come si preserva l’anima culturale e la macchina amministrativa di una nazione?
Durante la COP27, il Ministro degli Esteri di Tuvalu, Simon Kofe, ha annunciato il progetto “Future Now” (Tuvalu 2.0). L’iniziativa punta a ricreare l’intero Stato all’interno del metaverso:
- Mappatura geospaziale 3D: Attraverso rilievi LiDAR e fotogrammetria da drone, ogni isola, spiaggia, atollo e persino singolo albero di cocco viene digitalizzato ad alta definizione.
- Archiviazione culturale: Tradizioni orali, canti (fatele), mappe genealogiche e lingua tuvaluana vengono indicizzate in registri digitali immutabili.
- Amministrazione Decentralizzata: I servizi governativi, il registro di stato civile, i passaporti e la registrazione delle navi battenti bandiera di Tuvalu vengono migrati su piattaforme cloud protette da tecnologia blockchain.
Tuvalu non sta semplicemente creando un museo virtuale; sta codificando un nuovo concetto giuspubblicistico: la Nazione Digitale Governative-Centrica, capace di esercitare giurisdizione sui propri cittadini ovunque essi risiedano nel mondo.
Conclusioni: una nuova geografia politica
La tragedia delle piccole isole del Pacifico e dell’Oceano Indiano sta riscrivendo le regole del gioco geopolitico. Ciò a cui stiamo assistendo non è soltanto un dramma ecologico, ma un’evoluzione ontologica del concetto di Stato: la transizione da una sovranità legata al suolo a una sovranità legata al popolo, al diritto e all’informazione.
Se le emissioni globali non subiranno una drastica contrazione (e al momento non vi sono purtroppo segnali in tal senso), Tuvalu e le nazioni sorelle saranno i primi “fantasmi geografici” della storia dell’umanità. Ma il loro precedente legale e la loro determinazione tecnologica stanno già dimostrando che un popolo non si estingue finché sopravvivono le sue istituzioni, la sua cultura e la sua voce nel consesso delle Nazioni Unite.
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