Da bambino a scuola usavamo il mappamondo: una palla azzurra che rappresentava il Pianeta e dove le terre emerse erano una sorta di scacchiera di tessere colorate definite da trattati diplomatici: gli Stati, come ci insegnava la storia.
Oggi gli occhi del naturalista faticano a riconoscere ancora quelle suddivisioni, spesso artificiali volute dalla politica. Piuttosto essi vedono un mosaico dinamico di ecosistemi, riferimenti biogeografici e corridoi ecologici più o meno estesi attraverso i quali si muovono animali e, in parte, anche le piante (che, attraverso semi, fiori e radici si muovono molto di più di quel che solitamente la gente pensa). La Natura, infatti, non possiede passaporti, né riconosce confini o la sovranità degli Stati. Eppure, le linee immaginarie tracciate dalla politica umana hanno un impatto tangibile, spesso devastante, sulla biosfera.
Negli ultimi decenni, e con una drammatica accelerazione negli ultimi anni, stiamo assistendo alla rinascita di barriere fisiche invalicabili lungo i confini internazionali.
Se dal punto di vista geopolitico queste strutture vengono giustificate come baluardi di sicurezza nazionale, dal punto di vista ecologico rappresentano gigantesche cesure biologiche capaci di alterare i flussi fenologici di molte specie selvatiche, frammentare gli habitat e condannare all’estinzione locale intere popolazioni animali. Salvo alcuni paradossali casi, in cui la militarizzazione dei confini ha prodotto la nascita di insospettabili santuari involontari di biodiversità, che però oggi rischiano nuovamente di collassare sotto il peso di nuove e più tecnologiche barriere.
Il Paradosso della Frontiera: la nascita della European Green Belt
Per comprendere la complessa relazione tra geopolitica, protezione fisica dei confini e conservazione della natura, è necessario fare un passo indietro al periodo della Guerra Fredda. Dal 1945 al 1989, l’Europa è stata spaccata in due dalla cosiddetta Cortina di Ferro. Questa linea di demarcazione, pesantemente fortificata e pattugliata, che separava l’ex blocco comunista dall’Occidente e che veniva rappresentata nella sua forma più iconica con il famoso Muro di Berlino, creò nel tempo una “terra di nessuno” interdetta alle attività umane civili, all’agricoltura intensiva e all’espansione urbanistica.
Laddove la politica creava una frattura ideologica e sociale, la Natura ha trovato uno spazio di resilienza unico. L’assenza di disturbo antropico prolungata per oltre quarant’anni ha permesso la conservazione di habitat che altrove stavano scomparendo.
Quella striscia di territorio, lunga oltre 12.500 chilometri e che si snoda dal Mar di Barents al Mar Nero, si è trasformata spontaneamente nel tempo nella cosidetta European Green Belt (la Cortina di Ferro Verde).
La Green Belt attraversa 24 Stati europei e connette ben 40 Parchi nazionali e oltre 3.200 aree protette.
Questi dati possono sembrare eccessivi, ma sono ufficiali e provengono direttamente dalla European Green Belt Initiative, l’organismo internazionale (patrocinato dall’IUCN – Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) che coordina il progetto.
La Green Belt rappresenta la spina dorsale della connettività ecologica della parete centrale del continente europeo; un grande corridoio biologico cruciale per la tutela e la dispersione di grandi carnivori come il lupo (Canis lupus), la lince eurasiatica (Lynx lynx) e l’orso bruno (Ursus arctos).
Il crollo del blocco sovietico aveva alimentato l’utopia di trasformare questo corridoio in un monumento transfrontaliero alla pace e alla cooperazione ecologica. Tuttavia, le crisi geopolitiche del XXI secolo hanno invertito la rotta, frammentando nuovamente ciò che la Natura stava faticosamente ricucendo.
(continua)
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