Il caso più emblematico e scientificamente documentato della nuova era di frammentazione biologica è la barriera fisica eretta al confine tra Polonia e Bielorussia, che taglia in due la foresta di Białowieża, l’ultimo lembo di foresta primaria di pianura dell’Europa centrale, patrimonio mondiale UNESCO.
Costruita in soli sei mesi nel 2022 per arginare i flussi migratori strumentalizzati dal regime bielorusso, il muro polacco è una struttura imponente: 186 chilometri di lunghezza, 5,5 metri di altezza, realizzati in acciaio e cemento, sormontati da spire di filo spinato (concertina) e integrati da sistemi di monitoraggio elettronico.
Per un naturalista, questa struttura non è una semplice recinzione, ma una barriera assoluta per molte specie terrestri. Tra le specie più colpite vi è il bisonte europeo (Bison bonasus), salvato dall’estinzione nel corso del Novecento grazie a complessi programmi di reintroduzione e gestione transfrontaliera.
Il muro ha isolato circa il 25% della popolazione di bisonti sul lato polacco dal resto della popolazione in Bielorussia, bloccando di fatto le rotte di foraggiamento stagionali e i corridoi di accoppiamento.
Studi condotti dal Mammal Research Institute dell’Accademia Polacca delle Scienze (MRI PAS) evidenziano che la barriera impatta drammaticamente anche sulla lince eurasiatica. Le linci della foresta di Białowieża dipendono strettamente dall’ampiezza dell’areale per mantenere densità di popolazione stabili e per la dispersione dei giovani. La divisione del territorio riduce la disponibilità di prede e aumenta il rischio di conflitti intraspecifici.
Oltre l’Europa: La Linea di Demarcazione Coreana (DMZ)
Il fenomeno dei santuari involontari non è un’esclusiva europea. L’esempio più radicale e biologicamente straordinario a livello globale è la Zona Demilitarizzata Coreana (DMZ), una striscia di terra lunga 248 chilometri e larga circa 4 chilometri che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud dal 1953.

La linea ferroviaria coreana Donghae-Bukbu lungo la Zona Demilitarizzata Coreana (DMZ). © Kussy via Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0
Blindata da campi minati, fossati anticarro, filo spinato ad alta tensione e centinaia di migliaia di soldati su entrambi i lati, la DMZ è l’area più militarizzata del pianeta. Eppure, a causa del totale isolamento antropico durato oltre settant’anni, è divenuta un’arca di Noè per la biodiversità dell’Asia orientale, con oltre 6.000 specie registrate, inclusi hotspot di endemismi.
All’interno della DMZ trovano rifugio molte specie sull’orlo dell’estinzione. È il caso della rarissima gru della Manciuria (Grus japonensis) e della gru collobianco (Grus vipio), che utilizzano le zone umide incontaminate della DMZ come siti di svernamento e tappe migratorie cruciali. Segnalata è anche la presenza del gatto leopardo (Prionailurus bengalensis), dell’orso diurno dal collare (Ursus thibetanus) e, secondo alcune ricerche non confermate sul campo, persino del leopardo dell’Amur (Panthera pardus orientalis).
Il vicolo cieco dell’evoluzione nella DMZ
Sebbene la DMZ sia un rifugio sicuro contro il bracconaggio e la cementificazione, rappresenta al contempo una prigione ecologica. Gli animali che vivono al suo interno sono confinati in un corridoio lineare lungo ma strettissimo. Se la tensione politica dovesse risolversi con una riunificazione incontrollata, o se al contrario si dovesse procedere a una bonifica militare interna, questo fragile ecosistema verrebbe spazzato via in pochissimo tempo. La DMZ dimostra che la conservazione militarizzata è un equilibrio precario, un “prestito” che la geopolitica concede alla natura, pronto a essere revocato al primo mutamento dei rapporti di forza.
La sicurezza (più o meno teorica) degli Stati umani non può continuare a essere pianificata a discapito della sicurezza ecologica del pianeta. Se continuiamo a considerare la natura come uno sfondo inerte delle vicende umane, rischiamo di compromettere le reti ecologiche vitali che sostengono la vita sulla Terra.
La sfida della “Geopolitica della Natura” consiste nel dimostrare che i confini impermeabili sono un’illusione antistorica e biologica. Le pandemie, il cambiamento climatico e il collasso degli ecosistemi ignorano i muri di cemento e le recinzioni di filo spinato.
Risulta urgente promuovere una Diplomazia della Connettività, capace di integrare le legittime esigenze di sicurezza dei popoli con la necessità biologica di mantenere aperti i corridoi ecologici del pianeta. Solo accettando che la biosfera sia un sistema integrato potremo evitare che le linee sulle nostre mappe geografiche si trasformino nelle linee di faglia dell’estinzione di massa.
Prima parte: La geopolitica dei confini contro la biodiversità
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