Il 22 aprile si celebra la Giornata della Terra, un pianeta così speciale che abbiamo a lungo creduto si trovasse al centro di un universo fatto apposta per incorniciarlo. Oggi sappiamo che non è così e che il nostro pianeta è nato in uno sperduto punto qualunque dello spazio quando l’universo già esisteva da miliardi di anni. In occasione della sua giornata proverò a rimettere la Terra al centro dell’universo, partendo dallo strano modo in cui l’universo stesso ha avuto origine.
Il nulla pieno di vuoto
Cosa c’era prima che l’universo nascesse? La risposta più ovvia a questa semplice domanda è “nulla”. Essa però ci pone davanti a un paradosso sconcertante: se prima non c’era nulla, l’universo deve essere nato dal nulla. Gli scienziati che si occupano seriamente di questo rompicapo si confrontano con la realtà a dir poco bizzarra della “meccanica quantistica”. Si tratta di un campo della fisica che studia i comportamenti della materia a scala sub-atomica; comportamenti che, se fossero osservabili a occhio nudo, definiremmo magici oltre che strani. Essi ci dicono che il “nulla” che c’era prima dell’universo non era un “nulla assoluto” ma un nulla pieno di “vuoto quantistico”.
Un vuoto pieno di materia
Prima della nascita dell’universo tutti i suoi “ingredienti” erano lì da qualche parte nel vuoto quantistico ma si annullavano a vicenda, impedendo all’universo di esistere. A rompere questo stato di annullamento ci ha pensato una “fluttuazione quantistica”: una specie di perturbazione che ha fatto emergere da quel “nulla” sia lo spazio-tempo, sia una strana particella: il “bosone di Higgs”, capace di “estrarre”, sempre dal nulla, tutta la materia oggi esistente. È difficile immaginare qualcosa di più incredibile di una perturbazione in grado di trasformare in spazio, tempo e materia ciò che prima si annichiliva in un “nulla quantistico”. Eppure, potrebbe esserci stata.
Una nuova manifestazione della materia
Circa 3,8 miliardi di anni fa, una nuova organizzazione chimica della materia nasce in totale discontinuità con quella esistente fino ad allora. In questo senso, potremmo dire che nasce da un “nulla chimico”; a questo nuovo tipo di organizzazione della materia abbiamo dato il nome di “vita”. La nascita della vita è un rompicapo non meno incredibile della nascita dell’universo. Non sappiamo come è nata né che struttura avesse la prima entità vivente. I batteri, le forme più semplici che conosciamo, sono già troppo complessi per rappresentarla. Quel che sappiamo però è che, una volta comparsa, non ha più smesso di autoreplicarsi e di mutare, dando avvio a un lungo cammino evolutivo.
Speciale in modo speciale
L’evoluzione della vita ha però tratto impulso da un’altra forma di evoluzione: quella geologica, che da quattro miliardi di anni determina quei mutamenti ambientali ai quali gli organismi rispondono con adattamenti evolutivi. E sugli altri pianeti? Oggi siamo in grado di fare confronti con i pianeti del Sistema Solare e con quelli extrasolari su cui, sempre più numerosi (già diverse migliaia), stiamo posando lo “sguardo”. Queste osservazioni ci dicono che il nostro non è un pianeta come tanti. Probabilmente nessun pianeta lo è, per un motivo o per un altro. Ma il nostro è speciale in modo speciale, non solo per la presenza di acqua fluida ma anche per la sua geologia viva e cangiante.
Bruciare senza consumarsi
Viviamo sul pianeta delle “dorsali oceaniche” e delle “fosse di subduzione”: le prime squarciano la vecchia crosta per crearne di nuova, mentre le seconde fanno spazio spingendo altra crosta in profondità e riciclandone una parte per costruire vulcani, montagne e interi continenti; un continuo rimescolio di rocce e calore sorprendentemente ciclico e rigenerativo, come una candela che brucia senza consumarsi. Il tutto mentre la Terra si trova alla giusta distanza dal Sole, né troppo in là verso l’infuocato Venere, né troppo in qua verso il freddo e desolato Marte. Il Sole poi è una stella di giusta grandezza e pure della giusta età per sostenere la vita e la sua evoluzione.
Innumerevoli pianeti e creature
Come se non bastasse, rocce e fossili ci dicono che l’evoluzione della vita, proprio perché intessuta in quella geologica, è andata avanti in modo casuale e imprevedibile, senza uno scopo o una meta. Si tratta di una visione controintuitiva perché, a posteriori, si ha “l’illusione ottica” che il percorso dell’evoluzione, per quanto ramificato, punti dritto all’intelligenza e alla nostra specie. Un’illusione, appunto. Ma gli astrobiologi, attenti più agli aspetti fisici che a quelli evolutivi, non la pensano così: sono certi che esistono troppe galassie, troppe stelle, troppi pianeti perché qualcosa di analogo al nostro improbabile inizio (e all’incredibile evoluzione geo-biologica della Terra) non possa essersi verificato altrove, chissà quante volte. Pertanto, anche il lungo e tortuoso percorso verso l’autocoscienza deve essersi ripetuto fino a popolare innumerevoli pianeti di creature come noi consapevoli di esistere in un universo scaturito dal “nulla”.
L’universo che pensa a sé stesso
Si può davvero essere certi dell’esistenza di altre civiltà sulla semplice base dei tanti pianeti là fuori? La giornata della Terra potrebbe essere un’occasione per riflettere su questo e chiederci se la concatenazione di eventi che ha portato fino a noi non possa essere così improbabile da non avere eguali. In un universo che si sta scoprendo pieno di pianeti a dir poco singolari, ognuno speciale a modo suo, la Terra potrebbe essere l’unico ad ospitare forme di vita consapevoli di un’esistenza nata dal nulla, anche se non da un nulla qualunque. Forse la Terra è davvero il centro dell’universo; non un centro astronomico ma un centro vivente e cosciente, uno sperduto ma preziosissimo granello cosmico dove l’universo è in grado, lì solamente, di pensare a sé stesso.
Buona giornata della Terra.
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