Le vediamo arrampicarsi con eleganza su facciate di palazzi, lampioni e tronchi secolari, ma dietro l’estetica pittoresca delle viti di fagioli si nasconde una strategia di sopravvivenza spietata.
Le viti di fagioli sono piante rampicanti vigorose, come la vite di fagiolo rampicante (Phaseolus vulgaris o coccineus) per la produzione alimentare, o la vite di fagiolo giacinto (Lablab purpureus) per scopo ornamentale.
Un nuovo studio condotto dalla New York University (NYU), in collaborazione con una squadra internazionale, ha finalmente decodificato la formula biologica che trasforma queste piante in parassiti strutturali capaci di cercare, attaccare e sopraffare le specie ospiti.
La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica New Phytologist, getta luce su come queste piante riescano a bloccare la luce solare e a interrompere il flusso di nutrienti degli alberi a cui si appigliano, rappresentando una minaccia silenziosa per la biodiversità e lo stoccaggio di anidride carbonica nelle foreste.
La formula dell’attacco
Secondo gli autori dello studio, la capacità delle viti di fagioli di colonizzare l’ambiente si basa su un mix preciso di tre fattori: allungamento rapido, movimento direzionale e la produzione di cellule specializzate per il contatto.
«La nostra ricerca mostra come i meccanismi molecolari siano collegati al movimento delle piante, un aspetto che non avevamo ancora compreso appieno» spiega Joyce Onyenedum, professoressa associata di studi ambientali alla NYU e prima firma dello studio.
«Fondamentalmente, ci offre una maggiore comprensione di questi parassiti. Rappresentano una minaccia costante per gli alberi, che sono i nostri migliori strumenti naturali per immagazzinare il carbonio atmosferico».
Il ruolo delle fibre G e del gene XTH5
Il cuore della scoperta risiede nelle cosiddette “fibre G” (fibre gelatinose), cellule contrattili note per permettere ai rami degli alberi di piegarsi. Il gruppo, che include la ricercatrice post-dottorato Lena Hunt (NYU) e il biologo Charles Anderson della Penn State, ha indagato come queste fibre operino nelle viti.
Tramite lo studio del fagiolo comune (Phaseolus vulgaris), i ricercatori hanno manipolato i livelli di brassinosteroidi, ormoni che regolano la crescita. I risultati sono stati sorprendenti: le piante con livelli normali ormonali si arrampicavano con precisione, invece, le piante mutate per produrre un eccesso di ormoni sono divenute “viti pigre”, crescevano troppo velocemente ma senza una direzione precisa, abbandonando la capacità di avvolgersi.
Alla base di questo processo c’è il gene XTH5 che permette alla pianta di rimodellare le pareti cellulari, rendendole sufficientemente flessibili da attorcigliarsi e abbastanza resistenti da stringere la presa sull’ospite.
Lo studio non è soltanto un successo americano, ma il frutto di una collaborazione che ha coinvolto il New York Botanical Garden, l’Università Federale del Rio Grande do Sul in Brasile e l’Università del Michigan.
Comprendere come le viti decidono dove e come colpire è una curiosità botanica ma è anche un passo basilare per sostenere gli ecosistemi forestali, dove la proliferazione eccessiva di rampicanti può portare alla morte prematura di grandi alberi, compromettendo la salute dell’intero habitat.
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