Immaginate il manto nevoso dell’Artico non come una distesa bianca, immobile e silenziosa, ma come un immenso laboratorio chimico in piena attività. Un reattore naturale, dinamico e fino a questo momento invisibile, capace di influenzare direttamente i complessi equilibri dell’atmosfera polare.
È questa la straordinaria fotografia scattata da un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isp) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia e altri prestigiosi istituti globali. Lo studio, di recente pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances, ha documentato per la prima volta la presenza di bromato nella neve delle isole Svalbard.
Il bromato dove non dovrebbe essere
Il bromato (BrO3) è un composto chimico del bromo noto specialmente come sottoprodotto industriale o come indicatore di una fortissima attività ossidativa. Trovarlo in quantità significative nel cuore incontaminato dell’Artico ha colto di sorpresa gli stessi scienziati.
La sua presenza è la prova schiacciante di un processo che avviene all’interno del manto nevoso. La neve, infatti, non si limita a raccogliere in modo passivo le sostanze presenti nell’aria, ma le trasforma. Grazie all’azione della luce solare e alle interazioni con i gas atmosferici, il manto nevoso si comporta come un vero e proprio reattore chimico fotoattivato.
«Questa scoperta dimostra che la neve artica è tutt’altro che chimicamente inerte. Al contrario, è un serbatoio di nuovi processi chimici naturali che ridefiniscono le nostre conoscenze sui cicli del bromo e dell’ozono nelle regioni polari» sostengono i ricercatori.
Un impatto diretto sul clima e sull’atmosfera
Il bromo è uno dei principali protagonisti della chimica atmosferica polare, è il responsabile dei cosiddetti “eventi di sfoltimento dell’ozono troposferico” (Ozone Depletion Events), fenomeni primaverili in cui l’ozono vicino al suolo viene quasi completamente distrutto da reazioni a catena che coinvolgono proprio i composti del bromo.
Capire che la neve non è solo un deposito finale di questi composti, ma la fabbrica stessa che li rigenera e li immette di nuovo in atmosfera sotto forma di bromato, cambia radicalmente le carte in tavola. Questo meccanismo ha un impatto diretto sulla capacità dell’atmosfera artica di auto pulirsi e di regolare la presenza di gas serra e altri inquinanti.
L’importanza della cooperazione internazionale
Il successo dello studio risiede nella sinergia tra eccellenze italiane e partner transnazionali, che hanno sfidato le rigide condizioni dell’inverno e della primavera polare per raccogliere campioni cruciali. Le analisi ad altissima precisione condotte nei laboratori di Venezia e Perugia hanno poi permesso di identificare e quantificare tracce infinitesimali di questo composto, aprendo una nuova frontiera nella comprensione del sistema Terra.
In un momento storico in cui l’Artico si sta riscaldando a una velocità quasi quattro volte superiore rispetto al resto del pianeta, capire i segreti chimici nascosti nella sua neve diventa un tassello fondamentale per prevedere il futuro del clima globale.
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