L’estate del 2026 ha segnato un momento importante per la conservazione degli anfibi italiani. Grazie ai finanziamenti della Mohammed bin Zayed Species Conservation Fund e della Fondazione Uomo Natura e Ambiente, abbiamo avviato un progetto dedicato alla salamandra di Lanza, Salamandra lanzai. Non è certo la prima volta che mi occupo di questa specie: l’ho descritta io stesso nel 1988 e, nei decenni successivi, ho collaborato con diverse istituzioni e organizzazioni per studiarne le popolazioni e la sua ecologia. Ma oggi si apre davvero un capitolo nuovo.
La salamandra di Lanza è uno degli anfibi più spettacolari delle nostre montagne. Vive solo in un lembo ristretto delle Alpi Cozie sudoccidentali, attorno al Massiccio del Monviso, tra alcune vallate italiane e francesi.
È completamente nera e vivipara, e la si incontra tra i 1200 e i 2600 metri di quota. Come la salamandra alpina (Salamandra atra), e a differenza della salamandra pezzata (Salamandra salamandra), partorisce pochissimi piccoli, da due a sei ogni due-quattro anni, che vengono al mondo già perfettamente adatti alla vita terrestre.
Pochi esemplari in un habitat che sarà sempre meno adatto
Un areale così limitato, inferiore ai 100 km² di territorio effettivamente occupato, che salgono a circa 760 km² se si considera l’intero poligono di distribuzione, unito a una fecondità tanto bassa, rende la specie, per sua natura, meritevole di particolare attenzione conservazionistica. Basti pensare che, dopo aver eliminato le segnalazioni ridondanti, le oltre 1900 localizzazioni raccolte negli ultimi anni si riducono a poco più di un centinaio di celle di un chilometro di lato.
A complicare il quadro c’è il clima: i modelli di distribuzione prevedono una drastica contrazione delle aree idonee, tanto che entro il 2070 gran parte degli habitat attuali diventerà in buona misura inadatta, a prescindere dallo scenario climatico considerato. Gli habitat sono anche molto frammentati, il che limita la possibilità di spostarsi spontaneamente verso quote o aree più favorevoli.
Tra le minacce anche quella di un fungo
Per anni la Lista Rossa IUCN ha classificato la specie come Vulnerable; con la revisione del 2022 è stata invece portata a Critically Endangered, che la categoria immediatamente antecedente a quella di Extinct. A pesare è stata anche una minaccia nuova: i valutatori hanno ritenuto che la specie possa essere colpita da una malattia emergente, causata da Batrachochytrium salamandrivorans.
Si tratta di un fungo microscopico che attacca esclusivamente gli urodeli, scoperto e descritto solo pochi anni fa, e che è capace di condurre intere popolazioni all’estinzione in tempi brevissimi. Per ora il focolaio è localizzato nell’Europa centrale, ma non si può escludere che, per diffusione naturale o per via antropica, arrivi anche in Italia. E le Alpi, dove vive la salamandra di Lanza, potrebbero essere tra i primi luoghi a pagarne le conseguenze. I monitoraggi condotti tra il 2017 e il 2022 non hanno rilevato il fungo nei loro areali: una buona notizia, ma anche l’indicazione che c’è ancora il tempo per intervenire.
L’allevamento in cattività
Il nostro lavoro si muove quindi su due fronti. Vogliamo innanzitutto capire quanto sia abbondante la specie e come varino nel tempo le sue popolazioni; dall’altro abbiamo avviato un programma innovativo di allevamento in cattività. Disporre di una popolazione “di riserva”, una sorta di assicurazione contro il peggio, è infatti cruciale, ed è una delle misure raccomandate, sia per le linee evolutive endemiche di salamandridi sia – nel lavoro di modellistica a cui ho partecipato – per la stessa salamandra di Lanza. Grazie alle autorizzazioni dell’ISPRA, insieme a Fabio M. Guarino e a Pasquale M. Borsa dell’Università Federico II di Napoli abbiamo prelevato un certo numero di esemplari e li abbiamo trasferiti al Parc Zoologique de Paris, che fa capo al Muséum national d’Histoire naturelle. Qui, grazie alla grande esperienza di Olivier Marquis, curatore della Sezione di Erpetologia, sono stati allestiti terrari climatizzati in grado di garantire temperature adeguate sia in estate sia in inverno.
Ci auguriamo che le femmine partoriscano a breve: i piccoli potranno servire a costituire una popolazione di riserva in cattività, oppure a reintrodurre la specie dove è scomparsa e a rinforzare le popolazioni impoverite.
Penso, per esempio, a un sito in provincia di Torino dove, fino a circa vent’anni fa, la salamandra era presente con una popolazione abbondantissima, e che oggi sembra ridotta a pochi individui. L’immissione di animali nati in cattività, magari ripetuta per più anni consecutivi, potrebbe aiutare a rinforzare quel nucleo e a ristabilire l’equilibrio. Si tratta, ovviamente, di un’iniziativa ancora sperimentale, e nei prossimi anni dovremo allestire un progetto pilota. Resta il fatto che aver avviato un’azione di conservazione anche attraverso l’allevamento ex-situ, su una specie poco conosciuta e in larga parte endemica è un risultato importante, che si inserisce in un filone di iniziative sempre più seguite e apprezzate.
Bibliografia
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