Prato è la terza città dell’Italia centrale con i suoi 200mila abitanti. Inoltre, è il più grande polo tessile d’Italia con le sue circa 3.000 imprese. Il tessile è un’attività industriale fortemente idrovora, la quarta tra i settori che utilizzano più materie prime e acqua dopo il settore alimentare, l’edilizia abitativa e i trasporti.
Per questo motivo, è necessario trovare un equilibrio fra le esigenze dell’industria tessile pratese e i bisogni del territorio.
Il recupero, la depurazione, l’affinamento e la redistribuzione delle acque usate potranno permettere di affrontare efficacemente la carenza idrica, evitando di dover scegliere fra consumi civili e industriali.
Soluzioni pilota per la crisi idrica
Prato è una città pilota nel trovare soluzioni al problema acqua. È proprio dal sindaco Matteo Biffoni che è partito l’appello a Governo e Parlamento per rendere possibile il riutilizzo civile delle acque reflue, mettendo a disposizione migliaia di metri cubi fino a oggi non utilizzabili, per la mancanza di armonizzazione tra legge italiana e norme europee. Si confida che il recepimento da parte dell’Italia del Regolamento Europeo 2020/741 “Prescrizioni minime per il riutilizzo dell’acqua”, dal prossimo giugno possa modificare l’impostazione di fondo della gestione delle acque depurate e consentire con più facilità il riuso.
Alla redazione del regolamento europeo ha contribuito anche la città di Prato, dentro la Partnership of the EU Urban Agenda on Circular Economy.
Prato è stata la prima città in Italia a creare, attraverso la società di Gestione Impianti Depurazione Acque S.p.A. (GIDA), un sistema che raccoglie tutte le acque delle aziende e dei cittadini, e depura le acque con metodi naturali, non chimici. Con G.I.D.A, la Città di Prato ha investito sull’economia circolare molto in anticipo sui tempi, oltre 40 anni fa, creando un’alternativa all’approvvigionamento di acqua di falda per gli usi industriali.
Parte delle acque depurate è restituita alle aziende tessili e il resto viene reimmesso, pulito, nel fiume. Questo processo consente di recuperare 10 milioni di metri cubi annui. Tuttavia, di questi ne vengono reimpiegati soltanto 3,5 milioni per le lavorazioni industriali, mentre, con le autorizzazioni ministeriali e regionali, sarebbe possibile utilizzare la differenza per altri scopi come il lavaggio stradale o l’irrigazione.
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