Il 23 ottobre ha segnato un’altra data storica e cruciale per la politica ambientale europea: il Parlamento Europeo ha dato il via libera alla nuova Direttiva sul Monitoraggio e la Resilienza del Suolo. Non si tratta di una semplice formalità, ma della prima normativa continentale, e forse la più avanzata a livello globale, che riconosce finalmente il suolo per quello che è: una risorsa vitale, finita e limitata, da tutelare alla pari di acqua e aria.
Questa Direttiva è l’inizio della costruzione di un quadro comune europeo per monitorare la salute del suolo. L’obiettivo primario è potenziare la sua resilienza attraverso una gestione che sia davvero sostenibile e contrastare due emergenze chiave: il consumo e l’impermeabilizzazione di suolo (l’urbanizzazione e l’asfaltatura di terreni naturali) e l’aumento di siti contaminati.
L’approvazione è il risultato di mesi di intense negoziazioni e rappresenta la risposta dell’Unione Europea alle istanze dei cittadini e della comunità scientifica, supportata in modo cruciale dall’European Environmental Bureau, il principale network delle ONG ambientaliste europee.
La nuova legislazione affronta il problema del consumo di suolo definendolo esplicitamente come la “conversione di terreni naturali e seminaturali in terreni artificiali”.
Suoli malati: l’emergenza invisibile
Perché il monitoraggio è così vitale? L’allarme è serio: si stima che ben il 60-70% dei suoli europei siano in condizioni di salute non ottimali. Il paradosso, e il pericolo, è che fino ad oggi lo stato del suolo era accertato solo se venivano riscontrati danni evidenti. Con la Direttiva, invece, si impone l’obbligo di un’analisi preventiva e capillare, un vero e proprio “check-up” del terreno.
La normativa prevede una campagna di campionamento rigorosa che ci restituirà una fotografia precisa dello stato biochimico e fisico dei nostri suoli. Solo così sarà possibile avviare tempestivamente misure di ripristino, sperando di mettere fine a politiche e pratiche che hanno causato danni.
In Italia, il tema del consumo di suolo non è una novità, ma una vera e propria emergenza nazionale strettamente connessa al dissesto idrogeologico. Il nostro Paese continua a pagare un prezzo altissimo per l’eccessiva cementificazione e contaminazione, anche sotterranea, dei suoli (si pensi al recente caso dei PFAS del veneto) ma ignorando per lo più dati e moniti.
Come il rapporto SNPA-ISPRA 2025, uscito quasi in concomitanza con l’approvazione della Direttiva (scarica qui il documento di sintesi) e, a suo corredo, l’EcoAtlante di ISPRA, con mappe interattive (scaricabili), confermano poi un trend allarmante. Nel 2024, l’Italia avrà impermeabilizzato 83,7 km² di suolo naturale (+15,6% sul 2023), con un ritmo distruttivo di 2,7 m²/secondo. Il consumo netto di suolo, ovvero la conversione da suolo naturale a artificiale, è arrivato a 78,5 km², toccando il valore massimo da decenni.
Il rapporto mette in luce una corsa agli insediamenti che riguarda purtroppo anche l’agricoltura e le nuove energie: l’impiego di suolo naturale per impianti fotovoltaici a terra, la logistica e i data center è in forte aumento, mentre non si è mai fermato quello legato all’edilizia attorno alle aree urbani principali.
L’approvazione della Direttiva arriva dunque in un momento cruciale e promette, almeno sulla carta, un importante passo in avanti per contenere queste subdole forme di impatto è stato fatto. Come sempre poi il suo effettivo successo dipenderà da un’attuazione efficace, ovvero dalle leggi nazionali che recepiranno da Direttiva. Che tra l’altro va vista in modo sinergico con l’attuazione della Restoration Law, l’altra legge fondamentale che avrà il compito, attivo, di ripristinare la natura degradata.
Le battaglie e l’impegno per preservare la natura italiana ed europea, dunque nonostante le forze contrarie enormi, vanno avanti.
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