Anche Jane Goodall se ne è andata. Il 1° ottobre, a 91 anni, mentre si trovava in viaggio per un nuovo ciclo di conferenze.
È la seconda a mancare, del famoso trio di ricercatrici “gli angeli di Leakey”, dal nome del loro mentore, l’antropologo-archeologo britannico Louis Leakey che le formò e selezionò per condurre ricerche sul campo dedicate ai Primati: Jane Goodall, inglese (scimpanzè), Birutè Galdikas, tedesco-canadese (oranghi) e Dian Fossey, statunitense (gorilla). Il termine “angeli” enfatizza il loro ruolo quasi mistico e protettivo verso gli animali che hanno studiato, e l’ispirazione che la loro dedizione ha rappresentato verso un nuovo modo di fare ricerca scientifica, indissolubilmente legata alla conservazione della natura e delle specie non umane.
In particolare Jane Goodall è stata l’icona della ricerca scientifica sul campo a oltranza, della perseveranza, della gentile quanto ostinata ossessione per i suoi amati scimpanzè. Tanto da essere anche accusata di razzismo, ovvero di amare più gli animali che le popolazioni indigene del Parco Nazionale di Gombe Stream, in Tanzania, dove fu mandata a partire dal 1960, a soli 26 anni.
Il suo approccio empatico
Grazie alle sue lunghe e costanti osservazioni, armata dell’inseparabile taccuino e binocolo, si scoprì che gli scimpanzé avevano una complessa vita sociale, con individualità e personalità precise, erano in grado di usare piccoli manufatti e facevano anche la guerra: «Per alcuni anni feci fatica a capacitarmi di queste scoperte. Spesso, quando mi svegliavo la notte, immagini orribili si rivelavano». Ma gli scimpanzé sono anche capaci di fare la pace e di riconciliarsi con il nemico per il bene comune, forse meglio anche degli umani.
Il suo approccio empatico, in cui cercava di immedesimarsi nei vari soggetti che studiava, le attirò numerose critiche, in un periodo storico in cui erano pochissime le donne che si occupavano di etologia e in cui soprattutto era considerato un “mantra” del buon ricercatore quello di mantenere un distacco oggettivo, di non farsi coinvolgere dal soggetto delle sue indagini.
Jane invece ribaltò questo approccio innovando la nostra cultura e aprendola alla conoscenza del vivente non umano. Del resto aveva imparato questo modo di approcciarsi al mondo animale sin da bambina, vivendo in una fattoria e seguendo quanto le insegnò il suo primo incomparabile maestro: il suo cane Rusty!
Una personalità affascinante e complessa
Prima di incontrare Leakey, Jane Goodall non aveva una laurea (che prese in seguito), ma la sua innata curiosità e abilità nell’osservazione erano così evidenti che il famoso antropologo non ebbe dubbi nel coinvolgerla nel suo progetto di studio sui nostri “cugini” non umani.
Il lavoro e il merito di Jane Goodall non si fermano però solo alla ricerca scientifica, ma anche al costante impegno nella conservazione della natura e nella divulgazione e sensibilizzazione presso il grande pubblico.
Ha fondato il Jane Goodall Institute (la biologa e ricercatrice Daniela DeDonno è attualmente la presidente della sezione italiana) e scritto libri importanti che ancora oggi costituiscono pietre miliari dell’etologia e dell’antropologia, come L’ombra dell’uomo (Rizzoli, 1974).
Insomma una personalità affascinante e complessa, non priva di zone d’ombra, come tutti, ma sempre animata da un’inestinguibile passione per il mondo animale e probabilmente ricambiata da esso. Come testimonia il commuovente saluto di Wounda, una femmina di scimpanzé strappata alla madre dai bracconieri e reintrodotta in natura, dopo una lunga riabilitazione, nell’isola di Tchindzoulou, area protetta del Congo-Brazaville.
Il video che ha immortalato la sua liberazione ha fatto il giro del mondo: mostra Wounda uscire dalla gabbia e, prima di iniziare una nuova vita, fermarsi e abbracciare Jane, quasi per ringraziare chi le ha regalato una seconda possibilità. Un gesto che racconta più di tante parole chi fosse Jane Goodall.
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