Celebre è la decisione presa da Henry David Thoreau nell’estate del 1845 quando sulle rive del lago Walden, in Massachusetts, si impegnò a costruire la sua piccola ed essenziale casa in legno, quasi una capanna, che rappresentò il suo rifugio per due anni, due mesi e due giorni.
Senza dubbio si tratta di una storia affascinante, ma ancor di più lo è scoprire che in questo caso il concetto di solitudine acquisisce significati inaspettati.
Quando l’isolamento riaggancia alla vita
Al contrario di quanto si possa credere, sperimentare l’isolamento non rappresenta necessariamente un’esperienza di distacco; come suggerisce il filosofo italiano Leonardo Caffo, esso può costituire lo strumento per riagganciarsi alla vita.
Quale miglior luogo in cui isolarsi se non la natura? È qui che il silenzio acquisisce valore, il nostro ruolo nel mondo può essere messo in discussione ed è proprio qui che l’idea di ciò che è naturale può essere riesaminata:
«Il bosco ci invita a vivere secondo i nostri princìpi e ad agire subito, godendo di ogni momento, prima che il nostro continuo temporeggiare si risolva in un isolamento totale»([1]).
Raggiungere la completezza spirituale
È possibile presumere che allontanarsi dalla società costituisca un atto di misantropia, al contrario può rappresentare l’occasione per osservare i paesaggi morali che formano la quotidianità di ciascuno, interrogarsi su ciò che in essa non funziona e cosa invece ci tiene legati ad essa, si tratta di interrompere la produzione e passare alla riflessione. Questa è una delle vie per recuperare l’autonomia morale, unendo pensiero e azione:
«Vivete pensando – ovvero fate solo ciò che realmente vi convince, salvaguardate la vostra autonomia morale e non smettete mai di credere che la realtà ci trascenda: ciò che vediamo con gli occhi è solo una parte di ciò che possiamo osservare con il cuore […] Dobbiamo imparare ad uscire dal sistema binario che ci porta a vivere in modo diverso da come pensiamo»([2]).
La legge della sottrazione
Tra le pagine del già citato Leonardo Caffo, è possibile leggere poche righe che racchiudono l’essenza della figura di Thoreau, che lungi dall’essere considerato come una figura da idolatrare, può simboleggiare un esempio da cui partire, soprattutto per porre fine alla falsa idea per cui ritirarsi nel bosco, riflettere e allontanarsi – quando è necessario – dalla società sia un atto di irresponsabilità nei confronti della nostra vita di animali sociali:
«Un individualista in grado di badare da solo a sé stesso, amico di tutti ma dipendente da nessuno, capace di integrarsi nella società contemporanea ma anche di farne a meno, morto a soli 44 anni ma vivo in eterno come ricordo di un extra mondo che sapeva spingersi lontano con lo sguardo e con i sogni»([3]).
Thoureau applicò la legge della sottrazione: ridurre le “cose” al loro midollo per comprendere ciò che è essenziale e cosa non lo è; vivere una vita semplice significa vivere la vita dall’interno e non dall’esterno. L’invito è quello di trascorrere del tempo nella natura, qui è possibile mettere in discussione le agevolezze costruite dall’umanità, riportando il corpo a unico spazio di coscienza diretta, immediata e certa. La semplicità è l’impulso per demolire ciò che abbiamo e ricostruire ciò che inizialmente è tutto interiore.
Note
[1] L. Caffo, Il bosco interiore, Sonda, Milano 2020, p. 57.
[2] Ivi, p. 57.
[3] Ivi, p. 105
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