«Non riusciremo mai a lodare troppo il Capitano Rostron e l’equipaggio della Carpathia per il loro lavoro e per i loro eroici atti, di grande benevolenza per i sopravvissuti del Titanic, dopo che erano a bordo della sua nave». Un passeggero del Titanic
Questa volta non vi parlerò di Tracking nel vero senso della parola, anche se le tracce in qualche modo c’entrano. Voglio infatti raccontavi una storia, anzi tre, che per protagonisti hanno tre italiani sopravvissuti all’affondamento del Titanic, la notte del 15 aprile 1912.
Immani tragedie, come quella che ha segnato la storia del Titanic, rimarranno sempre indelebilmente impresse nella memoria collettiva. Libri, opere cinematografiche, relitti scovati sui fondali dell’Oceano Atlantico. Nuove ipotesi, rinnovata commozione per quelle vite disperate.
Non doveva accadere, non poteva accadere.
Eppure la nave più blasonata – e più sicura! – affondò dopo l’urto con un iceberg. Tutti siamo a conoscenza di quella storia, e potremmo raccontare anche i minimi dettagli, come se ci fossimo stati anche noi, lì, in quel momento.
Ad aggrapparci a qualunque superficie pur di non cadere, a cercare l’aria, a evitare l’impatto con l’acqua gelata.
Se da una parte abbiamo letto, immaginato, tentato di immedesimarci in quella tragica vicenda, dall’altra non tutti sanno che tra i pochi sopravvissuti del Titanic figurarono anche degli italiani.
Sicuramente non erano tra i soli compatrioti a essersi imbarcati. Si stima, infatti, un numero imprecisato di ospiti totali che varia tra 1490 e 1635. Claudio Bossi, scrittore e storico tra i più esperti del caso Titanic, ha a lungo indagato (cercandone le tracce) su quanti fossero in effetti gli italiani a bordo, arrivando alla cifra di 37 scomparsi. L’Italia pagò uno dei dazi più alti in fatto di perdite di vite.
Dei sopravvissuti, al centro del nostro articolo, sappiamo poco. Argene Genovesi, mancata nel 1970, all’epoca viaggiava con il marito in seconda classe. Argene, comprensibilmente, fu sempre molto restia a parlare della vicenda. Solo nel 1998 la figlia (battezzata Salvata), ha rilasciato un’intervista al Corriere della sera. «[…] All’una di notte mia madre udì un gran rumore. Nel frattempo mio padre era sceso in cabina. La mamma spaventata gli chiese se aveva sentito il boato e lo invitò ad andare a vedere. Dopo poco il babbo tornò di corsa: “Argene, corri, bisogna fuggire”. Riuscirono a raggiungere il ponte superiore della nave facendosi largo a fatica tra gente che scappava e urlava. L’equipaggio invitava donne e bambini a salire sulle scialuppe di salvataggio. Il babbo prese la mamma, la strinse forte a sé e le disse: “Vai tranquilla, presto ci rivedremo”. Fu l’ultima volta che lo vide vivo. Quando fu tratta in salvo, mia madre decise di tornare subito in Italia […]».
Emilio Portaluppi, scomparso nel 1974, era emigrato nei primi del Novecento in America per lavorare come scalpellino. All’epoca della tragedia del Titanic aveva trent’anni, e pare si sia salvato grazie all’intercessione di una Lady britannica di cui poi – a suo dire – sarebbe diventato l’amante.
Il terzo protagonista. Luigi Finoli, nativo della città di Chieti, come Portaluppi si era spostato già da anni negli Stati Uniti. Sappiamo soltanto che viaggiava in terza classe, e che riuscì a mettersi in salvo su una scialuppa. Di lui non si seppe più nulla.
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