«Sto dormendo.
Per cui il fatto che un orso polare sia entrato nel bivacco dove sto passando la notte con i miei compagni di scalata, Laddy e Silvan, io proprio non posso saperlo.
Quando mi sono infilato nel sacco a pelo ho pensato che la cena non mi aveva proprio soddisfatto. D’altra parte era stata più o meno la stessa degli ultimi 30 giorni, polenta e olio. Forse un po’ più scarsa o forse ero troppo stanco per mangiare. Da tre giorni la pioggia e il vento stavano trasformando il nostro viaggio di ritorno alla civiltà in una massacrante lotta per mantenerci asciutti e non cadere nelle gelide acque artiche. Il villaggio di Ittoqqortoormiit, la nostra meta, ci sembrava vicino sulla mappa ma il vento continuava a soffiarlo via.
Da lì siamo partiti un mese fa a bordo di tre carichi kayak per scalare il remoto “Shark Tooth”. Ah che parete stupenda! Un gigantesco monolite di granito alto 900 metri dalla forma triangolare di un dente di squalo. Dieci giorni di pagaiate in kayak per arrivare alla base della montagna, cinque per scalarla (se non stessi dormendo me la sognerei ad occhi aperti quella linea nel centro del dente!). E poi ancora dieci giorni per esplorare le altre montagne della zona e sei, finora, per ripercorrere indietro tra gli iceberg il fiordo in cui ci siamo inoltrati.
Ora mentre dormo profondamente…
Profondamente sogno.
Sogno i momenti più belli di questa fantastica avventura. La vetta dello “Shark Tooth” mentre abbraccio i miei compagni immersi nella natura primordiale, solo noi tre puntini e nessun altro.
Sogno casa e gli occhi blu di Arianna.
Sogno una nuova avventura… ma senza kayak che ho pagaiato abbastanza! (non so ancora che sette anni dopo un’altra montagna della Groenlandia mi porterà di nuovo a lunghe pagaiate tra i ghiacci polari e i miei amici sentiranno di nuovo uscire dalla mia bocca le stesse identiche parole… “mai più kayak!”)

Spedizione Groenlandia 2021. 160 km da kayak da Tasiilaq a Mythics circle e ritorno. © Matteo Della Bordella
Sogno cibo gustoso e frescooooo
ooooooo Matteooooo Teoooo!”
Nel mio sogno animato e profondo comincio a sentire la voce di Laddy. Ora sta proprio gridando. Penso “non è da lui!”. Mai sentita questa agitazione nella sua voce, nemmeno quelle volte che con centinaia di metri di vuoto sotto ai piedi ci siamo trovati a superare passaggi delicati appesi su un paio di placchette di metallo e nulla di più. Che poi noi una volta superato il passaggio dove, per continuare a salire, occorre proteggerci, i chiodi li togliamo tutti dalla parete, così chi viene dopo di noi può trovare la parete intatta, senza che l’uomo abbia lasciato traccia del suo passaggioooooo….
“Teooooo” Si si sta proprio urlando.

L’inizio del viaggio. Spedizione Groenlandia 2014. © Matteo Della Bordella
Esco dal sonno come quando esco dall’acqua dopo l’eskimo, la manovra di sicurezza che ti consente di riemergere in caso di ribaltamento del kayak.
Mi manca il respiro.
Apro gli occhi. Non sono in parete ma dentro la vecchia casa diroccata, si si proprio dove mi sono addormentato così pesantemente qualche ora fa. Accanto a me c’è Laddy che adesso sta urlando contro un grosso orso polare che sta proprio qui con noi dentro la baracca a pochi passi da me. Mi libero dell’avvinghiante sacco a pelo, con un balzo sono al tavolo, lo sollevo e lo sbatto a terra nel tentativo di spaventare l’orso facendo quanto più rumore possibile. La porta è aperta, da lì è entrato e da li deve uscire. Penso al fucile arrugginito e ai razzi che avevamo recuperato a Ittoqqortoormiit. Sento nel cuore rimbombare le parole del vecchio inuit incontrato in città: «state attenti quando vi avvicinate al villaggio, siamo alla fine della stagione del disgelo e gli orsi fanno fatica a procurarsi il cibo»
Chi se le ricordava più queste parole? Durante tutto il mese di pagaiate e scalate mai ne avevamo avvistato uno, neppure a distanza. E poi, più di tutto, lo temevamo nelle ore interminabili trascorse in kayak. L’orso polare è un ottimo nuotatore! E se ci avesse rovesciato mentre navigavamo in kayak saremmo stati spacciati: l’acqua gelata dell’Artico non è mica il nostro elemento, noi siamo scalatori! e adesso che ci sentivamo praticamente a casa eravamo lì a fare i conti con la paura più grande di tutte quelle che avevamo affrontato fino adesso, la paura di essere predati. Una paura che gli esseri umani hanno sconfitto difendendo strenuamente la loro posizione da super – predatori, con conseguenze disastrose per la Terra. Abbiamo causato l’estinzione di migliaia di specie, distruggendo ecosistemi fino a mettere a rischio la sopravvivenza stessa del genere umano…tanta è la paura della preda e ora la sento tutta nella sua schiacciante potenza.

Alba sul fiordo Scoresby Sund. Spedizione Groenlandia 2014. © Matteo Della Bordella
Penso al fucile e ai razzi ma capisco che tra me e loro si frappone proprio quell’orso bianco …che poi tanto bianco non è! Mi sa che ha il pelo un po’ sporco di questa stagione, in ogni caso mi sembra meraviglioso, tanto ne sono spaventato e affascinato insieme, sento l’adrenalina che scorre nelle vene e il cuore a mille mentre sbatto il tavolo ancora una volta con tutta l’energia che ho in corpo.
Ecco la speranza che si affaccia. Sta funzionando. Ecco che si muove verso la porta. Bravissimo. Ancora un passo. Ed è fuori.

L’orso polare si aggira attorno al ricovero. Spedizione Groenlandia 2014. © Silvan Schupbach
Tutti e tre corriamo verso la porta e la chiudiamo con forza. Poi usiamo il tavolo per bloccare l’ingresso. Siamo barricati dentro e respiriamo. Anche lui respira e lo sentiamo aggirarsi attorno alla baracca. Ogni tanto sbirciamo fuori. Lo vediamo, è ancora qui. Col passare dei minuti i suoi giri si fanno più ampi. Sempre di più. E se decidesse di tornare? Ci armiamo di coraggio e decidiamo che è il momento di andare a recuperare i razzi e il fucile dal kayak. Dobbiamo fare più rumore per essere sicuri che se ne vada.
Spariamo un paio di bengala e restiamo in attesa. Solo dopo un paio d’ore non vedremo più comparire l’orso, nemmeno in lontananza. Ora si può davvero ripartire verso casa».
di Catia Baldassarri
Dall’estate del 2014, anno della spedizione in Groenlandia, Matteo Della Bordella mi racconta questa storia praticamente ogni volta che ci incontriamo. È di sicuro la mia preferita nel suo repertorio, che pure è ricco di fantastiche avventure. L’ho sentita così tante volte che orami mi vergogno un po’ a farmela di nuovo raccontare. Poi mi dico “solo un’altra volta” dalla prossima volta me la vado a leggere tra le pagine del suo bel libro (“La via meno battuta – Tutto quello che mi ha insegnato la montagna”, Rizzoli, 2019).
Matteo è l’alpinista più straordinario che io conosca. La cosa che più mi sorprende è come riesca a scalare vie di roccia di uguale difficoltà in falesia, quindi un luogo dove i pericoli sono tutto sommato calcolabili, e in una parete immensa con centinaia di metri di vuoto sotto i piedi e a chilometri di distanza da qualsiasi luogo in cui potrebbero essere organizzati dei soccorsi.
Oltre alla capacità di scalare e aprire vie di alta difficoltà sulle Alpi, in Patagonia, o in Pakistan mi ha sempre colpito il suo approccio esplorativo, di immersione negli ambienti più remoti e la volontà di non lasciare traccia del passaggio umano sia negli avvicinamenti che nella scalata.
Nell’estate del 2021 Matteo parte per una nuova avventura in Groenlandia, affronta 160 km in kayak da Tasiilaq a Mythics (e altrettanti al ritorno), apre sulla parete di 800 metri della Siren Tower una nuova via insieme ai compagni Symon Welfringer e Silvan Schüpbach. Lo incontro qualche giorno prima della partenza.

Pagaiando tra gli iceberg dell’Artico. Spedizione Groenlandia 2014. © Silvan Schupbach
Matteo, anche quest’anno ti troverai per lunghi giorni a pagaiare tra i ghiacci dell’Artico. Memore dell’incontro del 2014 con l’orso polare come ti sei preparato a questa eventualità?
«Questa volta abbiamo preparato un possibile incontro studiando nei minimi dettagli tutto quello che potrebbe succedere. Anche se abbiamo poca disponibilità di spazio perché tutto il materiale per fare la nostra spedizione in totale autonomia deve stare dentro al kayak (viveri, attrezzatura da scalata e da bivacco), porteremo alcune cose fondamentali per proteggerci dall’eventuale incontro con l’orso. Innanzitutto avremo un recinto collegato ad un allarme. Ogni sera, una volta stabiliti i confini dell’area in cui montare le tende per la notte, stenderemo un filo sorretto da quattro pali (noi useremo i bastoncini da trekking), collegato ad un allarme. Questo si attiverà nel caso qualche animale dovesse toccare il filo. È già qualcosa se siamo svegli e l’orso arriva piuttosto che se stiamo dormendo completamente!
Poi avremo un fucile che prenderemo a noleggio da un nostro contatto locale. In realtà per noi c’è un problema nel trasporto del fucile che potrebbe comprometterne la funzionalità: dovendolo tenere fuori dal kayak, il fucile viene a contatto con l’acqua marina e quindi è possibile che poi non funzioni in caso di necessità. Sopra ogni cosa noi speriamo di non doverlo usare! Oltre al fucile avremo anche i razzi e lo spray al pepe cioè il kit in dotazione standard».

Risalendo il fiordo verso le montagne. Spedizione Groenlandia 2014. © Silvan Schupbach
Guardando alla spedizione del 2014, pensi di esserti fatto cogliere impreparato dall’incontro con l’orso? Pensi che le informazioni che avevi allora raccolto fossero sufficienti?
«Il 2014 non era la prima volta che andavo in Groenlandia. C’ero già stato nel 2009 ma in un’altra zona. Lì ci avevano detto che era veramente difficile incontrare l’orso ed effettivamente non lo incontrammo. Questo pregresso mi ha fatto più o meno inconsciamente pensare che anche nella zona dove saremmo andati stavolta, non lo avremmo incontrato.
Arrivati a Ittoqqortoormiit avevamo chiesto informazioni a una persona del posto, un inuit, ci avvisò che c’era il pericolo concreto di incontrare l’orso. Infatti ci disse che tre orsi erano stati avvistati in prossimità del paese.
Poi sia nel corso dei dieci giorni di avvicinamento in kayak alla parete, sia nei quindici giorni di scalata dello Shark Tooth e delle montagne lì vicino, non avevamo mai avvistato l’ombra di un orso. Questo sicuramente ci ha fatto abbassare la guardia.
In più c’era una informazione importante che al tempo mi sfuggiva: in quella stagione è più facile incontrare l’orso polare lungo la costa piuttosto che nell’entroterra. L’entroterra infatti non è il suo terreno di caccia e quando d’estate il ghiaccio marino si scioglie, gli orsi si muovono lungo la costa dove riescono a cacciare le foche. È forse per questo che non lo avevamo incontrato».

Lo “Shark Tooth”. Spedizione Groenlandia 2014. © Matteo Della Bordella
Cosa ha aggiunto questo incontro che hai vissuto all’esperienza della spedizione?
«A me ha dato la sensazione di vivere un’avventura in un luogo veramente incontaminato dove si ha ancora la fortuna di avere questi animali, questi meravigliosi esseri viventi che sono i veri padroni di casa della Groenlandia, dell’Artico».
Cosa ti ha colpito di più dell’incontro con l’orso?
«L’imprevedibilità. Nella catena alimentare l’orso polare ha una posizione apicale, non è preda per nessun’altra specie. Questo mi fa supporre, non so se a ragione o a torto, che non conosca la paura. Il fatto di non avere la paura della preda, secondo me rende il suo comportamento imprevedibile e quando ce l’ho avuto di fronte ho avuto la sensazione di non sapere cosa aspettarmi».

In kayak tra gli iceberg dell’Artico. Spedizione Groenlandia 2014. © Matteo Della Bordella
Cosa hai imparato che vorresti condividere con i tuoi colleghi alpinisti sul corretto modo di comportarsi nei confronti della fauna selvatica quando si affronta una salita in ambienti selvaggi?
«Nel mio caso sono stato fortunato perché questo incontro non ha avuto nessuna conseguenza negativa ma è stata solamente un’esperienza intensa e bella. Sicuramente questo mi ha dato l’opportunità di far tesoro al massimo di quello che è successo ed essere più preparato per la spedizione successiva. Non sempre è facile reperire tutte le informazioni importanti quando si affronta un viaggio in zone così remote. A volte le devi scoprire un po’ da solo. Sicuramente è utile parlare con le persone che vivono nel posto anche per capire se ci sono avvistamenti recenti. È bene avere l’attrezzatura necessaria e sapere come comportarsi in caso di incontro con la fauna selvatica, nonché avere qualche nozione sul comportamento di questi animali».

L’incontro con l’orso polare. Spedizione Groenlandia 2014. © Silvan Schupbach
Secondo te gli alpinisti/scalatori sono informati e sono sensibili sui temi della coesistenza con la fauna selvatica? Si potrebbe fare di più per sensibilizzare su questi temi?
«Facendo un discorso più generale sulla importanza di rispettare la fauna selvatica quando si vivono esperienze di scalata in ambienti naturali, ci tengo a dire che sicuramente si può fare di più per essere tutti quanti più consapevoli. Ancora una volta la conoscenza è fondamentale e informarsi è il primo passo. Per fare un esempio in alcune falesie vige il temporaneo divieto di scalata in corrispondenza dei periodi di nidificazione dei rapaci. Divieto spesso mal – digerito dagli arrampicatori che si vedono precluso l’accesso all’area di scalata. In questo caso sarebbe sufficiente soffermarsi a riflettere sul fatto semplice e incontrovertibile che quella falesia è “la casa” di questi uccelli e comprendere che dietro all’istituzione di questi divieti ci sono ragioni valide da riconoscere, condividere e rispettare».
Perché una rubrica sulla coesistenza basata su interviste agli alpinisti?
Alpinisti. Questa gruppo particolare di frequentatori della montagna ha delle caratteristiche piuttosto peculiari. Molti di loro ci fanno sognare con racconti di avventure mirabolanti vissute tra gli scenari più belli che si possano immaginare. Uomini e donne che decidono di appendere la loro vita ad un filo per sentirsi parte di quella meraviglia. Per viverla appieno. Per sperimentare la furia delle tempeste e il calore del primo raggio di sole che colpisce i loro corpi infreddoliti. Una ascensione è una immersione nella natura, è diventare parte della natura, è vivere la natura senza (o ridotti) filtri sociali così come fanno gli altri esseri viventi del pianeta, come fanno gli animali selvatici. Molti alpinisti hanno attraversato foreste, ghiacciai, scalato pareti, vissuto per lunghi giorni sotto lo stesso cielo stellato degli animali selvatici, magari sapevano che stavano lì con loro ma non li hanno mai incontrati oppure hanno storie memorabili da raccontare come le loro ascensioni o magari li hanno sognati o temuti mentre stavano accampati alla base di una temutissima parete anch’essa a lungo sognata prima di trovarsi proprio lì al suo cospetto.




