La popolarità che riscuote la paleontologia è senza alcun dubbio un privilegio che poche discipline scientifiche possono vantare. L’idea che sul nostro pianeta siano esistiti dei “mondi perduti” con forme di vita spesso assai diverse da quelle odierne, suscita da sempre un forte interesse nelle persone tale da aver ispirato secoli di spedizioni, ricerche e racconti.
di Dawid Adam Iurino e Flavia Strani
Se oggi possiamo immaginare l’aspetto di un Tirannosauro o quello di un Neanderthal lo dobbiamo tanto alle ricerche dei paleontologi quanto alle ricostruzioni degli artisti che mettono al servizio della scienza le loro abilità. Questa sinergia tra arte e paleontologia viene comunemente definita “paleoarte”, un termine introdotto nel 1987 dall’illustratore scientifico Mark Hallett per indicare l’insieme delle arti visive come l’illustrazione, la scultura o l’animazione, specializzate nella rappresentazione scientificamente accurata di organismi fossili e ambienti del passato.
Benché il termine paleoarte sia di recente istituzione, il legame tra paleontologia e arti figurative esiste praticamente da sempre, a partire da quel tempo in cui anche solo comprendere il significato di un fossile non era cosa semplice, e lo era ancor meno riuscire a immaginare l’aspetto di creature che nessun occhio umano aveva mai visto prima.
- © Illustrazione di Flavia Strani.
- Ricostruzione di Procervulus dichotomus piccolo cervo vissuto in Europa durante il Miocene (intorno ai 15 milioni di anni fa) caratterizzato dalla presenza di semplici palchi biforcati e lunghi canini. © Illustrazione di Flavia Strani.
Creature mai viste prima
Le prime illustrazioni di piante e animali fossili ritraevano le impronte, i gusci e le ossa così come apparivano nella realtà, senza ricostruzioni di parti mancanti o tessuti molli, erano i tempi in cui non esisteva ancora la fotografia e le illustrazioni erano l’unico strumento per appuntare o diffondere tra gli studiosi le immagini dei reperti.
Per fare un esempio, nel primo dei due Codici di Madrid di Leonardo Da Vinci risalente a oltre 500 anni fa, il genio fiorentino ha rappresentato alcune conchiglie e tracce fossili (icnofossili) di cui peraltro aveva correttamente intuito l’origine organica.
Nel 1600 e nel 1700 le illustrazioni di fossili compaiono su un numero circoscritto di monografie a tema naturalistico, come le prime piante fossili ritratte nel volume del 1699 Lithophylacii Britannici Ichnographi di Edward Lhwyd e in quello del 1709 Herbarium deluvianum di Johann Jakob Scheuchzer, quest’ultimo è ricordato per esse il primo libro interamente dedicato alla paleobotanica.

Duria Antiquior – A more Ancient Dorset è un acquerello dipinto nel 1830 dal geologo Henry De la Beche ispirato ai fossili scoperti e illustrati dalla paleontologa Mary Anning.
Anche alcune particolarità come le illustrazioni di fossili patologici apparvero nel Settecento, con i lavori di Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), Eugene Esper (1742-1810) e Georges Cuvier (1768-1832). Ma è nel 1800 con la nascita dei grandi Musei di Storia Naturale e con le prime esposizioni a tema preistoria, che le raffigurazioni in “carne e ossa” degli animali estinti si diffondono sulla carta stampata e conquistano la realtà tridimensionale con la scultura. L’acquerello del 1830 Duria Antiquior del geologo Henry De la Beche, ispirato ai ritrovamenti della paleontologa Mary Anning, illustra per la prima volta una scena in cui diversi animali estinti sono ricostruiti e interagiscono tra loro inseriti in una cornice ambientale coerente con il periodo.
Per questo motivo, Duria Antiquior è riconosciuta come la prima vera opera paleoartistica, seguita nel 1854 dalle sculture a grandezza naturale di rettili mesozoici realizzate dello scultore Benjamin Waterhouse Hawkins ed esposte nel parco del Cristal Palace in Inghilterra.
(continua…)
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.







