Alle soglie del XX secolo, l’astronomo americano Edward Emerson Barnard comprese che le regioni di cielo che fino a quel momento si pensava fossero vuote di materia in realtà sono permeate da una miriade di particelle di polveri e gas rarefatti che danno origine alla materia interstellare, nubi oscure e informi che interagiscono con la luce delle stelle situate al di là di esse. La materia interstellare si trova ovunque nella Via Lattea, persino in quei remoti pezzetti di cielo che appaiono completamente oscuri.
Sebbene intangibile, la materia interstellare interagisce con la luce emessa dai corpi celesti e ne cambia drammaticamente le proprietà: li rende meno luminosi e ne altera i colori. Di conseguenza queste nubi interstellari influenzano la nostra comprensione di una vasta gamma di fenomeni astrofisici.

L’immagine ultravioletta del Galaxy Evolution Explorer della NASA mostra la stella CW Leo che attraversa le profondità dello spazio e accumula materia interstellare davanti a sé. © NASA/JPL-Caltech
Una nuova sfida per l’astrofisica
Una ricerca pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society dal titolo “Differential reddening in the direction of 56 Galactic globular clusters” ha permesso di compiere un grosso balzo in avanti per comprendere le proprietà della materia interstellare. Il lavoro è stato condotto da un gruppo di ricerca guidato da Maria Vittoria Legnardi, dottoranda al Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova. Il team di Legnardi ha messo a punto una tecnica innovativa che sfrutta le straordinarie capacità del telescopio spaziale Hubble per ricavare delle mappe ad altissima risoluzione delle nubi interstellari.
«Le nubi interstellari non sono affatto visibili nelle immagini, ma siamo riusciti a ricostruirle grazie a una lunga e laboriosa analisi della luce proveniente dalle stelle che le attraversa» spiega Maria Vittoria Legnardi.
Il risultato più sorprendente riguarda un’equazione matematica, nota come “legge di reddening”, in grado di predire come la materia interstellare modifichi la luminosità e il colore dei corpi celesti.
«È emerso che tale legge, alla luce delle mappe ad alta risoluzione ricavate dallo studio, sia molto diversa dall’equazione che fino a oggi era ritenuta valida» commenta Emanuele Dondoglio, coautore dell’articolo e anche lui dottorando a Padova.
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