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Scienza
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Le farfalle più belle ricevono più attenzione: quando la bellezza influenza la conservazione

Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Firenze mostra che le preferenze estetiche possono aver condizionato ricerca scientifica, attenzione del pubblico e protezione delle farfalle europee

Le farfalle più belle ricevono più attenzione: quando la bellezza influenza la conservazione
Zerynthia cassandra. © Gigghi via Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Redazione Redazione 1 giorno fa

Se ci chiedessero di scegliere una farfalla da proteggere, probabilmente non tutte partirebbero dalla stessa posizione. Una grande specie dai colori brillanti, con ali arancioni, blu o iridescenti, è molto più facile da notare e fotografare rispetto a una piccola farfalla bruna, grigia o poco appariscente. Ma può questa differenza di attrattiva estetica influenzare anche la ricerca scientifica e le politiche di conservazione?

 

La risposta che arriva da un nuovo studio pubblicato su Current Biology è sì. La ricerca, coordinata da Leonardo Dapporto del Dipartimento di Biologia e Mariagrazia Portera del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, ha analizzato il rapporto tra la bellezza percepita delle farfalle europee e l’attenzione che queste specie hanno ricevuto nel tempo.

Il risultato è quello che gli autori definiscono “beauty bias”, un pregiudizio estetico capace di influenzare anche le scelte apparentemente più oggettive della conservazione.

21 mila persone giudicano le farfalle europee

Per misurare la bellezza in modo il più possibile sistematico, i ricercatori hanno coinvolto 21.131 persone provenienti da 103 Paesi. Ai partecipanti sono state mostrate immagini di centinaia di specie di farfalle europee, chiedendo loro di valutarne l’attrattiva.

 

Nel complesso sono state raccolte 171.348 valutazioni estetiche, relative a 492 specie e a migliaia di immagini. I punteggi ottenuti sono stati poi messi in relazione con una serie di indicatori molto diversi tra loro: il numero di pubblicazioni scientifiche dedicate a ciascuna specie, l’attenzione ricevuta dal pubblico su piattaforme come iNaturalist e Flickr, la presenza negli strumenti europei di tutela e lo stato di conservazione secondo le Liste Rosse della IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

È proprio il confronto tra questi dati a rendere interessante lo studio: non si è cercato semplicemente di stabilire quali farfalle siano considerate più belle, ma di capire che cosa succede dopo che una specie viene percepita come bella.

Carcharodus alceae.

Le farfalle belle vengono studiate di più

La relazione emerge in diversi ambiti. Le specie più attraenti ricevono maggiore attenzione da parte del pubblico e sono più frequentemente fotografate e caricate sulle piattaforme di citizen science. Ma la stessa associazione compare anche nella ricerca scientifica: le farfalle più belle tendono a essere oggetto di un numero maggiore di pubblicazioni.

 

C’è però un elemento ancora più significativo. L’effetto non sembra fermarsi all’interesse individuale di chi osserva la natura, ma compare anche nella storia delle politiche di conservazione. Le specie più appariscenti risultano infatti sovrarappresentate nella Convenzione di Berna, adottata nel 1979, e nella Direttiva Habitat dell’Unione europea, del 1992. Secondo lo studio, la bellezza si combina in questo caso con un altro fattore: la distribuzione geografica delle specie. Il quadro normativo tende infatti a privilegiare soprattutto specie visivamente attraenti e con areali ristretti.

 

È qui che entra in gioco il concetto di bias cumulativo. Una specie bella può attirare inizialmente l’attenzione del pubblico. Questo interesse può favorire la ricerca, la raccolta di dati e la sua inclusione tra le specie da proteggere. Una volta inserita negli strumenti normativi, può beneficiare più facilmente di finanziamenti e interventi di conservazione. Questi interventi, a loro volta, alimentano ulteriormente la ricerca e la visibilità della specie.

Si crea così un circolo virtuoso per alcune farfalle, ma potenzialmente svantaggioso per altre.

 

Le decisioni prese diversi decenni fa, quando le conoscenze sulla distribuzione e sul rischio di estinzione erano inevitabilmente più limitate, possono quindi continuare a influenzare quali specie studiamo, quali monitoriamo e dove indirizziamo le risorse.

«Molte delle specie oggi più a rischio sono farfalle poco appariscenti, che hanno ricevuto storicamente minore attenzione. Questo dato – evidenzia Leonardo Dapporto – emerge osservando le Liste Rosse Europee della IUCN, che valutano in modo numerico il rischio di estinzione attraverso criteri scientifici standardizzati. Le specie minacciate non sono necessariamente le più belle, al contrario: negli ultimi anni è cresciuta la tensione tra priorità storiche della conservazione e reale urgenza ecologica. E le decisioni prese decenni fa continuano a influenzare la distribuzione delle risorse e degli sforzi di conservazione anche oggi, indipendentemente dall’effettivo rischio di estinzione».

Plebejus bellieri.

Il paradosso: le specie più minacciate non sono necessariamente le più belle

Uno dei risultati più interessanti dello studio emerge proprio dal confronto con le Liste Rosse europee della IUCN. A differenza degli strumenti normativi storici analizzati nella ricerca, le valutazioni della IUCN non mostrano una sovrarappresentazione delle specie più belle. Al contrario, tra le farfalle oggi riconosciute come minacciate compaiono anche numerose specie poco appariscenti.

 

Questo crea una discrepanza tra due modi diversi di stabilire le priorità: da una parte l’eredità delle scelte normative effettuate nel passato, dall’altra le valutazioni scientifiche aggiornate del rischio di estinzione. Il problema, dunque, non è che le farfalle belle non meritino protezione. È che la bellezza non dovrebbe diventare, implicitamente, un criterio per decidere quali specie abbiano più diritto di essere salvate.

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La bellezza, però, può essere una risorsa

Il risultato della ricerca non invita a eliminare la componente estetica dal rapporto tra esseri umani e natura. Anzi, potrebbe suggerire di utilizzarla in modo più consapevole. Le farfalle particolarmente spettacolari possono infatti funzionare da specie simbolo, capaci di attirare l’attenzione del pubblico verso la conservazione degli insetti e degli habitat in cui vivono.

 

«Il punto fondamentale dello studio naturalmente non è che la bellezza della natura, soprattutto della natura a rischio, debba essere ignorata: non c’è niente di male nel trovare bella una specie anziché un’altra oppure nel provare piacere estetico per la natura – commenta Mariagrazia Portera –. Piuttosto, si tratta di riflettere sui bias impliciti che hanno animato la conservazione europea sino a questo momento e sul tipo di idee implicite di ‘natura’ e di ‘conservazione’ che operano in noi».

 

Per Portera, inoltre, l’estetica non deve essere necessariamente considerata un ostacolo alla ricerca. Anche grandi scienziati come Charles Darwin, Barbara McClintock e Rachel Carson riconoscevano il ruolo della bellezza e dell’esperienza estetica nel loro rapporto con la natura. Ma quella bellezza, osserva la ricercatrice, non coincide semplicemente con la preferenza per determinati colori o forme: riguarda anche la capacità di cogliere le relazioni, i processi e la complessità degli ecosistemi. «Se opportunamente ripensata, la bellezza può essere uno straordinario motore di interesse e partecipazione pubblica» conclude Portera.

 

Guardare oltre le farfalle più appariscenti

Lo studio suggerisce quindi una riflessione che va oltre le farfalle. Nella conservazione della biodiversità esistono numerosi bias, legati alla visibilità, alla facilità con cui possiamo osservare una specie, alla sua familiarità o alla sua capacità di suscitare emozioni. La bellezza è soltanto uno di questi fattori, ma può diventare particolarmente potente quando l’interesse del pubblico si trasforma in ricerca, finanziamenti e norme di tutela.

 

Riconoscere questo meccanismo non significa proteggere meno le farfalle più belle. Significa piuttosto affiancare alla capacità della bellezza di attirare l’attenzione criteri scientifici capaci di individuare anche ciò che rischiamo di non vedere.

Perché una farfalla poco appariscente può avere un ruolo ecologico importante quanto quella che tutti vogliono fotografare. E, soprattutto, potrebbe essere proprio quella che ha oggi più bisogno di essere cercata, studiata e protetta.

 

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