Le marmotte alpine sono animali costruiti per il freddo. Trascorrono l’inverno in letargo e, durante la bella stagione, vivono in gruppi familiari nei prati e negli ambienti aperti di alta montagna. Ma anche per una specie così ben adattata alle condizioni alpine il riscaldamento può diventare un problema.
Non necessariamente perché gli animali muoiano o smettano immediatamente di riprodursi. A volte gli effetti del cambiamento climatico possono manifestarsi prima, in modo molto più sottile: cambia quello che fanno durante la giornata.
È quanto emerge da uno studio condotto nell’area di ricerca di Orvieilles, in Valsavarenche, nel Parco Nazionale Gran Paradiso, e pubblicato sulla rivista scientifica Animal Behaviour. I ricercatori hanno studiato come la temperatura influenzi quattro tipi di comportamento sociale della marmotta alpina (Marmota marmota): gioco, grooming, saluti e interazioni aggressive.
Il risultato più evidente riguarda proprio il gioco: quando la temperatura aumenta, le marmotte giocano sempre meno, fino quasi a smettere quando il termometro supera i 21 °C.
189 ore a osservare le marmotte
La ricerca si basa sui dati raccolti tra giugno 2023 e giugno 2025 nell’ambito del progetto di monitoraggio di lungo periodo delle marmotte di Orvieilles, attivo dal 2006. Nel periodo considerato sono state osservate 83 marmotte appartenenti a 14 gruppi familiari, per un totale di 189 ore di osservazione. I ricercatori hanno registrato complessivamente 667 interazioni sociali: 356 episodi di gioco, 116 saluti, 105 episodi di grooming e 90 interazioni agonistiche.
A rendere particolarmente prezioso il lavoro è proprio la continuità del monitoraggio. Seguire gli stessi animali e gli stessi gruppi nel corso degli anni permette infatti di cogliere cambiamenti che una singola campagna di osservazione potrebbe non riuscire a individuare. «Questo studio mostra quanto sia importante osservare la fauna non soltanto attraverso la consistenza delle popolazioni, ma anche attraverso i suoi comportamenti» spiega la biologa e ricercatrice Caterina Ferrari. «Il monitoraggio di lungo periodo ci permette di cogliere cambiamenti sottili che possono rappresentare i primi segnali delle trasformazioni in atto nell’ambiente alpino».
Il gioco ha una temperatura ideale
I dati mostrano che il gioco non diminuisce semplicemente in maniera graduale con il caldo: esiste una vera e propria temperatura ottimale. L’attività ludica raggiunge il massimo intorno ai 12,8 °C, con circa 1,47 episodi di gioco all’ora. Poi diminuisce rapidamente. A 21,7 °C scende a circa 0,07 episodi all’ora, cioè quasi scompare.
Il fenomeno è particolarmente interessante perché il gioco coinvolge soprattutto gli individui giovani. Per una marmotta, quindi, non si tratta semplicemente di un passatempo. I giovani imparano attraverso il gioco a muoversi, a confrontarsi con i coetanei e a gestire le relazioni sociali. Una riduzione prolungata di questa attività potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre il momento in cui fa troppo caldo, anche se gli autori sottolineano che saranno necessari ulteriori studi per verificare eventuali effetti sullo sviluppo e sulla vita adulta.
Una “gerarchia delle priorità”
La marmotta, però, non reagisce al caldo rinunciando a ogni forma di socialità. Grooming, saluti e comportamenti agonistici non mostrano una diminuzione significativa all’aumentare della temperatura. Il grooming consiste nella pulizia reciproca del corpo o della testa; i saluti sono brevi contatti, generalmente naso-naso o naso-bocca; le interazioni agonistiche comprendono invece comportamenti aggressivi come inseguimenti, morsi e combattimenti.
Il quadro suggerisce quindi una sorta di gerarchia delle priorità. Quando il caldo aumenta, le marmotte sembrano rinunciare a un’attività facoltativa come il gioco, mentre continuano a svolgere quelle necessarie a mantenere i rapporti all’interno del gruppo, le gerarchie e lo status sociale.
In altre specie alpine è già stato osservato uno spostamento dell’attività verso le ore notturne per evitare il caldo; anche la marmotta potrebbe trovarsi di fronte a un problema analogo, dovendo redistribuire il proprio tempo quotidiano.
Un campanello d’allarme prima del declino della popolazione
È proprio questa la prospettiva più importante suggerita dallo studio. Quando si valuta l’impatto del cambiamento climatico su una specie, si tende a guardare soprattutto a indicatori come numero di individui, successo riproduttivo o mortalità. Sono naturalmente parametri fondamentali, ma possono cambiare soltanto dopo che uno stress ambientale si è protratto per molto tempo. Il comportamento potrebbe invece fornire una risposta più rapida.
Gli autori propongono per questo di considerare la riduzione del gioco come un possibile bioindicatore precoce dello stress termico. È un’idea interessante anche oltre la marmotta: negli animali che vivono in ambienti climaticamente estremi, il comportamento può rappresentare una delle prime linee di difesa contro condizioni ambientali che cambiano rapidamente.
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