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FOTO DI VIAGGIO (ALTIPLANO BOLIVIANO)

Le miniere del diavolo

Le miniere del diavolo
L'area geotermica “Sol de Mañana”. © Davide Pianezze

Davide Pianezze Davide Pianezze 24 Feb 2021

Raul aveva già manifestato tutti i suoi dubbi quando gli scrissi che avremmo dovuto affrontare nel tardo pomeriggio il trasferimento che da Villazón (al confine con l’Argentina) ci avrebbe portati a San Pablo de Lipez. Purtroppo non c’erano alternative, non sarei riuscito ad attraversare la frontiera in mattinata.

Ora capisco le difficoltà a guidare sull’altipiano di sera da est verso ovest, con il sole frontale, sempre più basso, accecante. Raul indossa un paio d’occhiali da sole tanto grandi da coprirgli quasi interamente il volto. Guida il suo Toyota Land Cruiser con la solita disinvoltura, con la mano sinistra sul volante e la destra appoggiata alla leva del cambio. Procede zizzagando ad alta velocità tra i pietroni che invadono la pista. Di tanto in tanto lascia la leva del cambio per raccogliere dal sacchetto in plastica, sistemato tra i due sedili, le foglie di coca per alimentare la pallottola che macera nella sua guancia sinistra, ormai deformata da tempo.

Non ci vediamo da un anno, quando percorremmo lo stesso itinerario in senso inverso. Mi racconta della sua famiglia, degli ultimi tour al Salar de Uyuni e della stagione invernale trascorsa contrabbandando le auto che dal Giappone vengono fatte sbarcare in Cile per poi entrare in Bolivia attraversando il confine nei pressi di Chungarà – Tambo Quemado. Tutte le guide e gli autisti dell’Altiplano Boliviano contrabbandano le auto giapponesi. Le conducono dalle coste dell’oceano Pacifico fino alle creste delle Ande per poi scendere verso est. La richiesta è altissima, la paga è buona e il rischio è minimo.

Vogliamo arrivare entro sera a San Pablo de Lipez. Raul guarda costantemente l’orologio, teme di dover guidare col buio. Di notte quelle strade si trasformano in trappole mortali, dove buche e precipizi si manifestano quando ormai è troppo tardi per reagire.

Ci svegliamo all’alba, ci aspetta un’altra giornata impegnativa. Lascio l’hotel e mi dirigo a piedi verso il centro del villaggio. La gente che si incontra tra le strade polverose di San Pablo de Lipez è sfuggente, diffidente, per certi versi inquietante. Torno sui miei passi per riprendere il cammino verso ovest.

Usciti dal paese dico a Raul di fermarsi al pueblo fantasma che si trova a breve distanza. Mi chiede se è davvero necessario. Preferirebbe proseguire perché è un luogo che non gli piace. Vorrei fare qualche foto, quindi insisto sapendo che come sempre mi accontenterà.

In passato il paese vecchio ospitò fino a 150.000 abitanti, ora sono rimaste solo alcune case diroccate e una chiesa dal tetto collassato. Le abitazioni erano destinate alle famiglie dei minatori che, all’epoca del commercio dell’argento, resero ricca, seppur per un breve periodo, l’intera nazione. Si dice che qui la popolazione fece un patto col diavolo perché tutti potessero diventare ricchi e cambiare vita. Non riuscendo naturalmente a rispettare l’impegno preso col demonio, uno ad uno tutti i minatori morirono. Da allora in paese si iniziarono a vedere fantasmi aggirarsi tra i vicoli, così chi restò in vita decise di fuggire. Sono ormai più di cinquant’anni che il villaggio è disabitato e ancora oggi i boliviani preferiscono limitarsi a vederlo da lontano perché dicono che tra le rovine si aggiri “el niño minero” (il bambino della miniera), cioè lo stesso Satana.

Raul si ferma sul ciglio della strada e con un gesto della mano mi fa capire che mi aspetterà in auto. Scendo, mi allontano, risalgo il sentiero che si inerpica tra pareti di pietra quasi interamente crollate, fino a raggiungere la chiesa. Entro scavalcando i resti del soffitto. Dai muri intonacati con farina di grano, come vuole la tradizione locale, sbucano i grandi sassi che mantengono in piedi la struttura miracolosamente sopravvissuta ai venti dell’altiplano.

Scatto qualche foto per documentare il luogo. Mi sento un po’ a disagio, suggestionato probabilmente dalla storia del luogo. Poi un urlo mi fa sussultare. Esco frettolosamente dal portone e vedo Raul che, sporgendosi dal finestrino del fuoristrada, ride e mi grida: «Te asustaste verdad!» (ti sei spaventato, vero!). Alzo gli occhi al cielo, gli sorrido, lo raggiungo, salgo in auto e ripartiamo.

 

È pomeriggio inoltrato, la pista sale ancora di quota fino a superare i 5.000 metri s.l.m. Arriviamo poco prima del tramonto al campo geotermico Sol de Mañana. L’incessante attività vulcanica dell’altipiano rende viva l’intera area. Dai piccoli crateri colorati che si susseguono emergono alte colonne di vapore candido che muoiono sfumando contro il blu denso del cielo.

Alla base delle pozze la terra liquida ribolle e supera i 300 gradi centigradi. Lo scenario è dantesco, il rumore del fango è sinistro e l’aria rarefatta rende pesante ogni passo. All’improvviso vengo travolto da violente folate di vento ghiacciato che all’istante cancellano le colonne del vapore dopo averle trasformate in tormentate forme di vita passata. Tutto sembra corrispondere con l’immaginario comune dell’inferno, dove nel sottosuolo le anime dannate sono destinate a bruciare per l’eternità.

Penso ai minatori di inizio Novecento obbligati a famigliarizzare con forze tanto estreme e oscure. Piuttosto che arrendersi alla disperata certezza di una vita da trascorrere nelle viscere della Terra, preferirono tentare un accordo con il diavolo che da queste parti sembra manifestarsi come una presenza costante, quasi famigliare. Ma purtroppo, come prevedibile, il patto col demonio si rivelò un astuto inganno.

Il momento dello scatto

Se l’area geotermica “Sol de Mañana” si trovasse in Europa, sarebbe circondata da alte transenne distanti centinaia di metri dalle pozze di fango bollente. Il rischio di scivolare dentro e finire cotti, come già accaduto in passato, è davvero alto. È difficile distinguere la terrà solida e fredda da quella liquida.

Iniziai a muovermi con grande attenzione tra quei piccoli crateri in cerca dell’inquadratura. Intanto a est si stavano materializzando alcune nuvole scure. Mi posizionai di conseguenza, in modo da sfruttarle come sfondo e rendere lo scenario ulteriormente drammatico.

Mi portai sul bordo di uno dei crateri principali per presentarlo in primo piano evidenziandone forma e colori. Decisi quindi di utilizzare l’obiettivo fish-eye in quanto avrebbe curvato la linea dell’orizzonte offrendo un senso primordiale di rotondità del pianeta Terra, accentuando quindi un contesto in piena evoluzione geologica. Grazie all’eccezionale intensità della luce dei 5.000 m. il tempo di scatto risulta quasi sempre ben superiore al limite che potrebbe rendere mossa l’immagine. Con lunghezze focali così corte la regolazione del diaframma, e quindi della profondità di campo, risulta quasi ininfluente per il risultato finale, soprattutto quando il soggetto in primo piano si trova a più di un metro di distanza. Meglio quindi regolare il diaframma tenendo conto della massima qualità offerta dall’obiettivo (regolandolo quindi verso metà scala) e concentrarsi sulla composizione. Per via dell’ampia copertura del campo di ripresa (quasi 180°), offerta dagli obiettivi fish–eye, è necessario porre particolare attenzione a non includere nell’inquadratura i propri piedi, e nel caso specifico, a tenerli al sicuro da pericolosissimi scivoloni.

Dati tecnici

  • Data: 13/12/2012
  • Corpo macchina: Nikon D2x
  • Obiettivo: Nikon 10,5 Fish – Eye
  • Lunghezza focale al momento dello scatto: 10,5 mm
  • Apertura diaframma: F 13
  • Tempo otturatore: 1/1.000 sec.
  • Compensazione esposizione: – 1,0
  • Sensibilità sensore: ISO 200
  • Modo di ripresa: A (priorità di diaframmi)

 

VIAGGI FOTOGRAFICI di Davide Pianezze:

www.fattoreulisse.com

Leggi tutti qui tutti gli articoli di Davide Pianezze

  • argomenti
  • ALTIPLANO BOLIVIANO

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