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evoluzione

Lo strano caso dell’ ornitorinco

Lo strano caso dell’ ornitorinco

Gianluca Grossi Gianluca Grossi 22 Giu 2018

La linea di Wallace è una linea immaginaria che divide il mondo asiatico da quello orientale. Prende il nome da Alfred Wallace, padrino della biogeografia, contemporaneo di Darwin, col quale condivise la teoria dell’Origine delle specie. Wallace, di fatto, fu il primo ad accorgersi di un curioso andamento della fauna dislocata a nord della linea e a sud. Specie molto diverse fra loro, che in certi casi sembravano avere svolto percorsi evolutivi completamente diversi. Gli esempi sono innumerevoli, ma basta soffermarsi sulla fauna australiana per capirsi al volo; dove si trovano mammiferi che depongono le uova, o allevano i loro piccoli all’interno di particolari sacche situate sopra l’addome. Fra gli animali simbolo della realtà australiana, impossibili da trovare altrove, c’è l’ ornitorinco, un vero enigma per la scienza; per le sue attitudini riproduttive, ma anche per molti altri aspetti di natura anatomica e comportamentale.

Il mondo dei monotremi

L’ ornitorinco depone le uova, possiede una specie di becco, ha le zampe palmate; in più è in grado di secernere veleno, come un serpente e di muovere la coda come un castoro. Con il veleno attacca altri animali, che immobilizza secernendo proteine riconducibili alla famiglia delle “defensine”; tre delle quali sono esclusive di questa specie. La sostanza viene veicolata da speroni che si sviluppano in corrispondenza delle caviglie, ma solo di quelle maschili. Il veleno infatti è una prerogativa del cromosoma Y, rappresentativo dei maschi. All’uomo, in ogni caso, provoca solo forte dolore, non è mortale. La caccia è favorita anche dall’elettrolocazione: capacità esclusiva di questo mammifero ancestrale di individuare la preda grazie al rilevamento dell’elettricità emessa da un corpo. La coda, invece, gli permette di muoversi agilmente in acqua, dove trascorre la maggior parte del tempo. Per tutte queste prerogative, non è un caso che sia l’unica specie appartenente alla sua famiglia, Ornithorhynchus; ma fa anche parte del raggruppamento tassonomico dei monotremi, dove è presente anche l’altro mammifero che depone le uova, l’echidna (anch’esso endemico del mondo australiano).

L’evoluzione

Sono animali che un tempo venivano designati come l’anello di passaggio fra gli uccelli e i mammiferi; mentre oggi sappiano che non può essere vero perché fu un rettile a dare origine al primo proto mammifero. Naturalmente non è stato un processo istantaneo, ma ci sono voluti milioni di anni per giungere a questo risultato. Trecento milioni di anni per separarsi dalla linea evolutiva dei rettili, e altri ottanta per la differenziazione che ha portato da un lato ai mammiferi moderni, e dall’altro ai monotremi. L’ ornitorinco proviene da questa diramazione. L’animale vive i fondali dei fiumi, dove va a caccia di larve, insetti, molluschi. Non possiede i denti, e dunque insieme al cibo trattiene nell’apparato boccale anche tanti sassolini che servono a triturare i nutrimenti. Sulla terraferma si muove goffamente, tuttavia è in questa sede che possono estrarre delle unghie affilate con le quali si aiutano nel cammino e nella corsa.

Uova e latte antibatterico

Ma la caratteristica più importante dell’ ornitorinco riguarda la sua attività riproduttiva, che in effetti rimanda alle tipologie dei proto mammiferi, quando non era ancora stata elaborata la placenta, capace di assicurare un dialogo costante fra madre ed embrione. La femmina si rifugia in un angolo della tana, produce le uova (di solito una o due), e le cova tenendole al caldo. Al momento della schiusa i piccoli sono minuscoli e dipendono completamente dal genitore, che li allatta per tre o quattro mesi. Senza utilizzare le ghiandole mammarie, bensì pori da cui fuoriesce anche il sudore. E l’ultima peculiarità dell’animale, frutto di una ricerca recentemente conclusa della australiana Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (Csiro): riguarda un latte che possiede proteine in grado di contrastare le azioni batteriche più potenti; del quale l’uomo potrebbe servirsi per combattere le patologie resistenti alle tradizionali cure antibiotiche.

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